La guerra “pulita”.

Nei millenni, l’attività in cui noi umani eccelliamo sopra ogni altra, ha assunto moltissime forme.

La guerra è passata dalle pietre tirate con violenza, ai moschetti e infine ai droni Predator in quello che è realisticamente un batter d’occhio, in tempi geologici ed evolutivi.

Abbiamo provato ogni tipo d’arma concepibile dalla mente umana, e sempre abbiamo trovato un modo per far si che quel che tiravamo addosso al nemico di turno uccidesse lui, e soltanto lui.

Sempre…tranne in un caso.

Le armi biologiche.

Cosa…

Cominciamo chiarendo un pò le idee sul cosa è un’arma biologica.

Un’arma biologica è un qualunque patogeno che possa essere usato in ambito bellico.

Siano essi virus, batteri, protozoi, funghi, o altro non importa, l’importante è che riescano a replicarsi, causino una patologia e che possano essere in qualche modo indirizzati contro un avversario.

Anche le tossine rientrano sotto l’ombrello di questa definizione, come la ricina ad esempio, visto che sono prodotte da organismi viventi.

…e quando.

Purtroppo spesso si sente qualche reazionario nostalgico che pontifica su una presunta mistica età dell’oro, nella quale la guerra era un’affare nobile, dignitoso, onorevole perfino, in cui i nemici si affrontavano con coraggio, faccia a faccia, senza trucchi “sleali” come le armi moderne.

Mica come oggi!

Oggi, il povero fesso nostalgico, punta il ditino accusatore contro le armi da fuoco “sleali”, contro i missili balistici, le armi nucleari e soprattutto contro le armi biologiche, quali presunti esempi dell’inciviltà dei tempi moderni, signoramia.

Uno “sleale” missile intercontinentale…
…e gli effetti di una leale, pulita e onesta sciabolata sulla faccia.

Il nostalgico reazionario in questione ignora però che le armi biologiche esistono quasi da quanto esiste la guerra stessa, evidentemente.

Le prime forme documentate di guerra biologica risalgono al 1500 avanti Cristo, presso gli ittiti, i quali erano così onorevoli da spedire gente infetta da tularemia nel territorio nemico, causando epidemie.

I romani, popolo altamente civilizzato, erano soliti intingere le spade dei propri legionari nei cadaveri, con effetti facilmente immaginabili sui poveri bersagli, così come gli Sciti erano più che contenti di fare altrettanto con le frecce dei loro arcieri.

E che dire dei mongoli?

Spesso portati a esempio (con una bella faccia tosta) di grande civiltà “nei cui domini il crimine era assente” dice qualcuno, perfettamente ignorante e imbevuto di retorica catastrofista.

Ecco, questi bei tomi erano soliti lanciare cadaveri di gente morta di peste dentro le mura del nemico.

Un’azione del genere, nella città di Caffa (ora Feodosia) in Crimea nel 1346, è ritenuta come possibile candidato per il primo focolaio di peste in europa, una malattia che va ricordato uccise il 30% della popolazione del mondo conosciuto all’epoca.

Un ultimo esempio di guerra biologica antica, e praticamente involontaria, si ebbe con le epidemie portate dai Conquistadores spagnoli nel sudamerica.

Gli indios morivano si per i moschetti e le spade spagnole, ma non si può pensare che un pugno di soldati possa mettere in ginocchio da solo un impero come quello Azteco, che contava centinaia di migliaia di persone.

Infatti, la massima parte del “lavoro” lo fecero le malattie che Cortez e i suoi si portarono dietro, trovando ospiti indifesi da infettare negli indigeni.

Il salto di “qualità”.

Con l’avanzare delle conoscenze scientifiche, nei secoli la guerra biologica divenne sempre più mirata e pianificata.

Famigerato è l’esempio delle coperte infettate dal vaiolo, gentile cadeau degli inglesi ai nativi americani.

L’episodio però, oltre a essere successo solo una volta in maniera comprovata, ha ancora le caratteristiche della guerra biologica antica, ovvero l’ignoranza di cosa effettivamente causasse la malattia che le coperte veicolarono.

Quello che potremmo chiamare “salto di qualità” si avrà però solo più tardi, con la comprensione dei meccanismi biologici dietro ogni infezione.

Nel ventesimo secolo infatti, si può cominciare a parlare di scientificità nella ricerca di armi biologiche, e tutto inizia nel 1918, in Giappone.

L’impero Giapponese, all’indomani della Prima guerra Mondiale, decise di investire su quelle che oggi chiameremo armi di distruzione di massa, il problema era decidere quali.

La Germania, seguita da Francia e Regno Unito, negli anni precedenti aveva impiegato massicce quantità di armi chimiche, sfruttando le loro grandi industrie chimiche, specie in Germania, cosa del tutto non vera nel caso del Giappone.

Quindi, per forza di cose, il Sol Levante si orientò invece sulle armi biologiche.

Unità 731

Fondata nel 1918, l’Unità 731 era parte dell’esercito giapponese, e aveva lo specifico compito di studiare la guerra batteriologica.

Questa unità, probabilmente, fu l’organizzazione più oggettivamente crudele della storia, al cui confronto le SS naziste sembravano dei boy scout.

 Generale Shirō Ishii, comandante dell’unità 731

Non vi descriverò nel dettaglio gli innumerevoli esperimenti orrorifici che questa unità inflisse ai cinesi loro prigionieri (e non), ma ai fini di questo articolo cito un singolo evento, il bombardamento di Changde, del 4 novembre 1941.

L’aviazione giapponese lanciò, su Changde, milioni e milioni di pulci contaminate dalla peste bubbonica.

Il risultato furono decine di migliaia di morti fra i civili cinesi (stime incerte, ma intorno ai 30.000 civili), ma anche circa 1400 soldati giapponesi.

Questo episodio, per nulla unico, ci fa vedere il difetto più grande della guerra biologica, ovvero la sua totale imprevedibilità.

Dalla seconda guerra mondiale in poi, le varie potenze mondiali si resero conto che a dispetto degli apparenti vantaggi, la guerra biologica non vale la candela militarmente parlando.

Non esiste alcun modo di limitare la dispersione di un patogeno al solo nemico, tantomeno è possibile esser certi che una volta impiegato un patogeno in un’area questo non ritorni ad anni di distanza, spargendosi ancora una volta fra la popolazione locale.

E oggi?

Al contrario quindi di quello che pensano i nostalgici del mito della “guerra pulita”, è proprio in epoca contemporanea che qualcosa sta venendo fatto per contrastare efficacemente l’uso di queste armi.

Una sub-munizione E120, per la guerra biologica. Sviluppata in USA negli anni ’60 e ora dismessa.

Gli alti comandi militari, ovunque, stanno abbandonando i loro programmi in tal senso, distruggendo le loro scorte e siglando dei trattati.

Si potrebbe pensare che, vista la segretezza di questi piani, non si abbiano informazioni corrette a riguardo.

E’ un punto legittimo da sollevare, ma va detto che:

  • La stragrande maggioranza dei conflitti post seconda guerra mondiale non ha visto l’utilizzo di armi biologiche.
  • L’argomento è abbastanza debole anche logicamente, perché non può esser confutato. Si può sempre dire che c’è un piano nascosto da qualche parte, a dispetto di ogni prova e che sia vero o no.
  • I sistemi d’arma impiegati ovunque da paesi ricchi, tendono sempre più spesso a incorporare protezioni contro eventuali attacchi biologici, e i paesi poveri spesso sono troppo poveri per permettersi armi simili.

Certo, esiste sempre la possibilità che un terrorista riesca a procurarsi una fiala di antrace e la sparga in mezzo alla folla a New York, ma il rischio oggi è infinitamente più basso che nel passato, con buona pace dei catastrofisti.

In conclusione.

La guerra, in se, è sempre stata un’attività pessima.

Che si uccida con una lancia o con una pallottola non fa differenza.

Un militare che oggi bombarda un camion dell’ISIS tramite un drone non è più o meno “nobile” di un cavaliere medievale che infilzava un soldato nemico nella guerra dei Cent’anni.

Non importa l’arma, importa la volontà di usarla o meno, e il motivo per cui la si usa.



Blackworth
Nerd inguaribile, appassionato di storia, militare e non, armi e politica.

Ma ho anche dei pregi.

Pubblicato da Blackworth

Nerd inguaribile, appassionato di storia, militare e non, armi e politica. Ma ho anche dei pregi.