Congo 9 – Lumumba

Il periodo che andò dal 1960 al 1965, chiamato Prima Repubblica, fu una catastrofe: tutto ciò che poteva andare storto, andò storto. E i disastri non furono dovuti a una recrudescenza di barbarie o un primitivismo represso, ma a un conflitto fra diverse logiche contrapposte, con influenze esterne: il presidente, il primo ministro, l’esercito, i ribelli, i belgi, le Nazioni Unite, gli americani e i sovietici.

Fra il turbinio degli uomini politici che apparvero in questa tragica commedia, furono quattro i protagonisti interessati al potere, con una lotta ad eliminazione, durante la quale perse la vita anche il Segretario dell’ONU Dag Hammarskjöld: Kasavubu e Mobutu corteggiati dalla CIA, Tshombe come burattino dei consiglieri belgi e Lumumba (anche dopo l’assassinio le sue idee restarono) pressato dagli USA, dall’URSS e dalle Nazioni Unite. Mobutu nella prima fase, come segretario personale e “amico” di Lumumba, fu abbastanza ininfluente, mentre quest’ultimo ne divenne la figura chiave.

I fatti furono talmente caotici, da doverli sintetizzare in tre fasi: la prima fino all’omicidio di Lumumba, la seconda con la riannessione del Katanga, la terza fino alla dittatura di Mobutu.

 

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjöld.

 

Giovedì 30 giugno il Paese era in festa, quattro giorni dopo la situazione sfuggì già di mano. Il nuovo Congo era fragile politicamente avendo al potere persone inesperte con un’amministrazione senza esperienza. Depredato della sua economia fondamentale, deteneva ancora un esercito solido: mille ufficiali europei guidavano venticinquemila congolesi, con al comando il generale Janssens dalla mentalità prussiana.

Lunedì 4 luglio, nella caserma Leopoldo II, alcuni militari si rifiutarono di obbedire e Janssens li degradò, come aveva sempre fatto in simili occasioni, ma questa volta ottenne l’effetto contrario: il giorno dopo 500 militari si riunirono esprimendo il loro dissenso per il trattamento, per la paga e per il razzismo, aspirando a salire di grado. La frustrazione avrebbe richiesto una riforma radicale dell’esercito, che Janssens si era sempre rifiutato di fare e anche qui, tardivamente, si stava organizzando una scuola ufficiali per i congolesi. Al fine di sottolineare il suo punto di vista Janssens scrisse con un gesso su una lavagna la frase: “Avant l’indépendance=aprés l’indépendance” e non fu una buona idea.

L’ammutinamento si propagò alla guarnigione di Thysville dove si ribellarono centinaia di soldati che picchiarono i loro ufficiali. Scoppiarono altrove altri tumulti dove i militari cominciarono a prendersela con i civili bianchi, violentando donne bianche. Lumumba (che si era tenuto la delega alla Difesa) cercò di arginare la situazione con buone intenzioni, ma dalle conseguenze disastrose.

Promise che tutti avrebbero avuto un avanzamento di grado, ma senza effetto, a loro interessavano i gradi più alti. Di conseguenza destituì Janssens mettendo al comando un certo Victor Lundula, con Joseph Desiré Mobutu capo di stato maggiore e accelerò l’africanizzazione degli ufficiali consentendo agli stessi soldati di nominarli, così sergenti e marescialli divennero colonnelli. E per rompere con il passato la Force publique si sarebbe chiamata Armé Nationale Congolaise (ANC). In pochi giorni la nuova repubblica non ebbe più un esercito efficente, riducendolo a un’orda indisciplinata. Lumumba con decisioni precipitose cercò di riscattare la pace sociale, ma sortì l’effetto opposto e il risentimento verso i belgi si amplificò.

 

Il generale Émile Janssens.

 

Non furono gli sputi, i fischi, le umiliazioni o le minacce a provocare il panico, quanto la violenza sulle donne bianche. La voce che le donne venivano violentate si propagò velocemente nella comunità europea e i racconti raccapriccianti che si scambiavano a vicenda, portarono a una psicosi di massa. Nel giro di poche settimane migliaia di belgi lasciarono il Paese, la Sabena organizzò un ponte aereo, molti scapparono a Brazzaville con il traghetto. Partirono circa diecimila funzionari, tredicimila salariati e ottomila dalle piantagioni in un “si salvi chi può” allucinante. Oggi si sa che la psicosi di massa non era proporzionata al pericolo reale, le violenze furono atroci, ma il loro numero non era proporzionato al panico.

L’esodo inflisse un secondo duro colpo al giovane Paese: dopo una settimana si trovò senza esercito, dopo due senza vertici dell’amministrazione e persone senza esperienza furono costrette a rivestire ruoli di rilievo nell’apparato burocratico. Ebbe anche importanti ripercussioni economiche: l’esportazione agricola franò, vennero colpiti i trasporti, la costruzione di strade, i servizi e tutti i settori che dipendevano dal know-how europeo. Inoltre si ritrovarono senza lavoro decine di migliaia di persone delle piantagioni, delle raffinerie di zucchero, dei saponifici, delle fabbriche di birra e coloro che erano a servizio delle famiglie bianche.

Sindaci, politici e molte persone di rilievo, contribuirono, anche con successo, per sedare l’ammutinamento, ma il 9 luglio a Elisabethville furono uccisi cinque europei, fra i quali il viceconsole italiano. Così il ministro della Difesa belga, contro il parere del ministro degli Esteri, con una scelta infelice, diede il via a un intervento militare. Secondo il trattato i belgi avrebbe potuto intervenire solo su richiesta del ministro della Difesa congolese, ovvero Lumumba (che in un primo momento fu tentato a farlo) ma trincerandosi dietro l’argomento di proteggere i concittadini rimasti, vollero assicurarsi personalmente il mantenimento dell’ordine (e dei loro interessi economici). Fu chiaro che si trattava di un’occupazione quando l’11 luglio due navi militari aprirono il fuoco contro Matadi, per prendere il porto strategico.

 

Mappa delle operazioni militari del Belgio.

 

Nello stesso giorno Tshombe dichiarò l’indipendenza del Katanga, con il sostegno immediato del Belgio. Kasavubu e Lumumba volarono subito verso Elisabethville, ma gli fu impedito di atterrare dal comandante belga. L’episodio scatenò reazioni furiose: ai massimi vertici di un governo eletto democraticamente, fu negato l’accesso alla seconda città del Paese da un ufficiale straniero che aveva invaso la città.

Se i belgi volevano stabilire l’ordine, al contrario provocarono un’escalation del conflitto, continuando a gettare benzina sul fuoco quando quattro aerei fecero fuoco lanciando missili nel Basso Congo. La reazione fu che un centinaio di europei venne torturato e cinque bianchi uccisi. Il Belgio che aveva concesso l’indipendenza per evitare una guerra, si trovò coinvolto in un conflitto a causa della sua inettitudine.

Il 12 luglio Kasavubu e Lumumba riposero le loro speranze nell’ONU, inviando un lungo telegramma per chiederne il sostegno. Il Congo ne faceva parte da meno di una settimana. Mentre l’Unione Sovietica si dichiarò favorevole alle richieste, gli altri Paesi esitarono nel condannare il Belgio. Dopo una notte di discussioni, la risoluzione finale esortò il Governo belga a ritirare le truppe e decise di inviare i caschi blu con l’Operation des Nations Unies au Congo (ONUC).

 

Lumumba incontra il Segretario Hammarskjöld alle Nazioni Unite.

 

Senza la condanna del Belgio e senza menzionare la secessione del Katanga, Lumumba non fu per niente soddisfatto, aspettandosi più fermezza, per cui, assieme a Kasavubu, decise di chiedere sostegno al Paese che aveva dimostrato maggior comprensione per la loro situazione: l’Unione Sovietica. Il 14 luglio il Congo ruppe le relazioni diplomatiche con il Belgio e prese contatti con Mosca attraverso un telegramma che fu sufficiente per aprire un nuovo fronte della guerra fredda: l’Africa. La CIA venne informata del messaggio prima che arrivasse a Mosca e il suo contenuto fece innervosire non poco Washington.

Krusciov rispose entusiasta all’appello, inviando dieci Ilyuscin con camion, cibo e armi, mentre il Segretario dell’ONU Dag Hammarskjöld, temendo il peggio, in 48 ore inviò i caschi blu. Gli americani presero in considerazione l’ipotesi di far intervenire la Nato, ma desisterono perché avrebbe potuto diventare un’altra guerra di Corea o peggio, così preferirono influire segretamente attraverso l’ONU e la CIA. Larry Devlin, capo della CIA in Congo, disponeva di risorse finanziarie enormi per orientare la politica e Kasavubu, ma soprattutto Mobutu sarebbero diventati i favoriti.

Nel 1960 diciassette Paesi africani ottennero l’indipendenza, con conseguente spartizione delle aree di influenza fra le due potenze mondiali. Gli interessi economici svolsero un ruolo chiave, assieme a fattori ideologici, geopolitici, militari e il Congo fu il primo Paese in Africa a trovarsi coinvolto in questo tiro alla fune. Gli americani sapevano di aver vinto la guerra grazie all’uranio del Congo e che al mondo esistevano solo due miniere di cobalto (usato nella costruzione di missili) una in Congo e l’altra in Unione Sovietica. Non potevano permettersi di lasciare il Congo ai russi.

Dopo solo un mese di indipendenza, l’esercito era nel caos, l’amministrazione decapitata, l’economia stravolta, il Katanga si era separato, il Belgio aveva invaso il Paese e la pace mondiale minacciata. E tutto ciò ebbe origine dalla richiesta di una paga più alta da parte di alcuni militari. Come se non bastasse l’otto agosto il Kasai del Sud, la provincia dei diamanti, proclamò l’indipendenza.

 

Il Congo nel 1961

 

Per ben due volte le Nazioni Unite intimarono al Belgio, che non voleva mollare la presa, di ritirare le truppe e solo a fine agosto i diecimila militari belgi lasciarono il Congo. Lumumba a questo punto, non fidandosi delle Nazioni Unite, inviò il suo malandato esercito nel Kasai, con conseguenze orribili. Gli scontri diventarono massacri che costarono la vita a migliaia di civili e il Segretario Hammarskjöld parlò di genocidio. Dopo il suo discorso contro Baldovino e il licenziamento del generale Janssens, Lumumba non poteva più rivolgersi ai belgi, il telegramma a Krusciov gli aveva precluso i rapporti con gli Stati Uniti e con l’intervento nel Kasai si era inimicato anche le Nazioni Unite. Era rimasto un uomo solo.

Allo stesso tempo ci furono molte pressioni su Kasavubu per deporlo, così i congolesi la sera del 5 settembre ascoltarono alla radio la voce del presidente Kasavubu che annunciava la destituzione del primo ministro. Non trascorse un’ora che gli stessi congolesi ascoltarono la voce di Lumumba che annunciava di aver destituito il presidente Kasavubu e il 13 settembre il Parlamento gli rinnovò la fiducia. Kasavubo a questo punto sciolse il Parlamento. Ora il caos era completo.

Nella confusione generale entrò in scena il colonnello Mobutu, capo di stato maggiore dell’esercito, che il 14 agosto fece il suo primo colpo di stato con il sostegno e l’approvazione della CIA. Dichiarò che l’esercito avrebbe preso il potere fino a dicembre. Lumumba e Kasavubu vennero neutralizzati, ma mentre Kasavubu restò presidente senza poteri, Lumumba fu messo agli arresti domiciliari. L’amicizia fra Mobutu e Lumumba era finita.

L’amministrazione del Congo venne affidata a una squadra di giovani universitari, graditi anche al Governo belga, che voleva evitare con ogni mezzo, anche fisico, il ritorno di Lumumba sulla scena politica. Allo scopo due militari belgi vennero addestrati per rapirlo o assassinarlo e nello stesso tempo il presidente Eisenhower incaricò personalmente la CIA di toglierlo di mezzo fisicamente (sembra tramite un tubetto di dentifricio avvelenato). Anche in Congo molti lo volevano morto.

 

Una delle ultime immagini di Patrice Lumumba.

 

Consapevole di ciò, Lumumba chiese la protezione delle Nazioni Unite e un contingente di caschi blu si accampò nel suo giardino. Il 10 ottobre Mobutu mandò duecento soldati per imprigionarlo, ma vennero respinti dalle Nazioni Unite, così per settimane la sua casa fu circondata da due cordoni: i caschi blu per proteggerlo finché restava dentro e l’esercito per arrestarlo se fosse uscito. Nel frattempo il suo vice Gizenga con l’ex governo erano fuggiti a est, a Stanleyville (fulcro del movimento di Lumumba) per poter da lì riconquistare il Paese.

Dopo quattro mesi il Congo si ritrovò con quattro governi: Mobutu e Kasavubu a ovest appoggiati dagli americani, Gizenga a est sostenuto da una parte dell’esercito con l’appoggio dell’URSS, a sud Tshombe in Katanga riceveva un generoso aiuto logistico e militare dal Belgio, con l’Union Miniére che finanziava la secessione e al centro il Kasai, la cui indipendenza veniva economicamente sovvenzionata dalla Forminiere. La contesa fra Mobutu-Kasavubu e Gizenga-Lumumba che reclamavano avere l’autorità legittima per govenare il Congo, finì davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove 53 Paesi riconobbero il governo Kasavubu, 24 votarono contro e diciannove si astennero.

Lumumba, venuto a conoscenza delle votazione, sapeva di avere i giorni contati e riuscì a fuggire per raggiungere Stanleyville, ma venne intercettato lungo la strada e imprigionato. Si doveva a tutti i costi impedirgli di tornare alla politica, così fu deciso di “esiliarlo” in Katanga. Nel pomeriggio del 17 gennaio 1961 un Dc-4 atterrò a Elisabethville con Lumumba e due suoi fedeli a bordo. Vennero portati in una casa fuori città, dove subirono pestaggi e torture.

Poche ore dopo furono caricati su un’automobile che si inoltrò nella savana per diversi chilometri, poi il convoglio si fermò vicino a una buca già scavata e per ultimo, alle 21.43 Patrice Lumumba venne crivellato con una mitragliatrice. Erano presenti all’esecuzione Moïse Tshombe, due ministri katanghesi e quattro ufficiali belgi. L’assassinio fu occultato a lungo e per nasconderne le tracce i tre corpi vennero riesumati e sciolti nell’acido. Quando il mondo lo apprese ci fu uno sconcerto totale: in molte capitali la gente scese nelle strade, a Belgrado, Il Cairo e Varsavia furono prese d’assalto le ambasciate belghe, il governo pro-Lumumba di Gizena venne riconosciuto dal blocco sovietico, Cina, Ghana e Guinea Conakry mentre Lumumba divenne un martire della colonizzazione e un eroe degli oppressi. Così calò il sipario sul primo atto del Congo indipendente.

 

Fonti:

Congo” di David Van Reybrouck – Feltrinelli Editore

“Storia del Congo” di Fortunato Taddei

“Wikipedia”

Capri
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