Friuli 4 – Regio X Venetia e Histria

Fra il 56 e il 58 a.C. Aquileia ospitò le legioni di Cesare come base per le spedizioni transalpine. Nel 52 subì un attacco di Giapidi e Tauri che avevano saccheggiato Trieste. Ma Cesare inviò la XV legione e negli anni seguenti rafforzò le mura della città, fondando le basi avanzate di Iulium Carnicum (Zuglio), Tricesimo (ad tricesimum lapidem) e Forum Iulii (Cividale). (Il toponimo Iulius, da cui successivamente uscirà il nome Friuli, da Forum Iulii, perpetua il gentilizio di Cesare). La guerra fra Pompeo e Cesare non turbò la vita della regione, ma ci furono anni critici dopo l’assassinio del dittatore (44 a.C.). Giapidi, Pannoni, Liburni, Dalmati si fecero sentire, minacciando non solo Aquileia, ma anche l’Italia. Ottaviano nel 35 a.C. si mosse con la conquista della Pannonia e della Dalmazia, salvando Roma, ma soprattutto il territorio aquileiese. In seguito, nel 27 a.C. Augusto consolidò i confini nordorientali, facendo perno su Aquileia, che in quegli anni diventò centro dell’impero. Ad Augusto si devono le vie di comunicazione fra l’Italia e le regioni centrodanubiane, per cui il Friuli diventò un nodo stradale di vitale importanza.

 

Statua di Giulio Cesare davanti al municipio di Cividale del Friuli

Venne ampliata la Iulia Augusta, fu costruita la strada Aquileia-Cividale-Passo del Predil che si congiungeva alla Iulia Augusta presso Tarvisio, La via Gemina verso Enemona (Lubiana) attraverso la valle del Vipacco (Frigidus) e la litoranea verso Tergeste, mentre Aquileia diventò una delle metropoli più importanti dell’impero.

Terminato nel I secolo a.C. il processo di romanizzazione, la regione venne integrata in una più vasta realtà politica e sociale, con Aquileia come centro di irradiazione, che si dilatò ben oltre il Livenza: verso la pianura Padana fino all’Adda e dal Timavo verso l’Istria, quando Augusto diede all’Italia il nuovo ordinamento amministrativo, creando verso il 7 d.C. la Regio X Venetia e Histria, con la città come capitale. Furono anni nei quali Aquileia, lontano dai confini dello Stato, circondata da una fascia protettiva dalle province del Norico, Rezia e Pannonia, tramite il prestigio commerciale, godette di una congiuntura particolarmente favorevole.

La struttura fondamentale della regione era composta dalle sei vie consolari già descritte, che si espandevano a ventaglio da Aquileia, solcavano tutto il territorio e collegavano la capitale con i municipi di Iulia Concordia, Iulium Carnicum e Forum Iulii. Città minori che rappresentavano il prolungamento della vita metropolitana e fungevano da polarizzatori per i rispettivi agri. Queste avevano acquisito lo stesso diritto romano e godevano degli stessi privilegi degli aquileiesi. Erano rette da duoviriquattuorviri iure dicundo e la vita cittadina non fu aliena da splendori, secondo testimonianze di fonti e reperti archeologici. Iulia Concordia traeva il suo benessere dalla fabbricazione di armi, in particolare con la sua fabbrica di frecce, la fabrica concordiensis sagittaria, per essere posta in un punto cruciale, sulla via Annia, non distante dalla via Postumia e sulla sponda del fiume Lemene che la collegava al mare. Iulium Carnicum doveva il suo prestigio al punto strategico che occupava sul ramo occidentale della via Iulia Augusta, a difesa del valico di Monte Croce. Forum Iulii (res publica foroiuliensium) fu celebre per il suo ruolo militare e politico, posta davanti ai valichi delle Alpi Giulie e alle valli del Natisone (il fiume di Aquileia) ma anche come luogo di villeggiatura per magistrati e ricchi aquileiensi che possedevano ville nei dintorni.

 

 

Vespasiano fondò Vibona (Vienna) e Carnuntum (Petronell) rafforzando i confini sul Danubio e dando maggior sicurezza alla vita aquileiese. Anche la politica espansionista di Traiano del 98-117, nei confronti dei Daci portò grande animazione. L’andarivieni delle legioni, la permanenza dell’imperatore, l’apertura di nuove strade e l’esito felice delle spedizioni giovarono alla prosperità del territorio della Regio X Venetia e Histria. Ma fu nella seconda metà del II secolo che si videro i primi segnali di pericolo. Nel 161 Quadi, Marcomanni e Sarmati giunsero alle porte di Aquileia, non riuscendo a espugnarla conquistarono Opitergium (Oderzo). Marco Aurelio li respinse, ma pur isolato come episodio, fu premonitore e segnò l’inizio della parabola discendente di Aquileia romana.

Nel 193 la regione assistette attonita al passaggio di Settimio Severo, proclamato imperatore nella Pannonia, che con le sue legioni si dirigeva verso Roma. Ormai a congiurare contro Aquileia non furono più solo i barbari, ma tutti gli aspiranti al potere, per i quali era diventata il primo ostacolo da abbattere per conquistare Roma. Un altro colpo la città lo subì dopo la morte di Severo Alessandro, quando Giulio Vero Massimino, detto il Trace, impegnato in battaglie nelle periferie orientali, fu proclamato imperatore, senza essere riconosciuto dal Senato. Aquileia aderì alle decisioni del Senato, così Massimino lasciò Sirmio (Mitrovica) e puntò con un esercito formato in maggioranza da barbari verso Aquileia. Fu rallentato sull’Isonzo in piena per lo scioglimento dei ghiacci, con il ponte distrutto dagli aquileiesi. Ma lo passò attraverso un ponte provvisorio fatto di botti requisite nelle campagne, e assediò Aquileia. La difesa fu animata e vigorosa, alimentata da abbondanti riserve di cibo e secondo la leggenda, sulle mura si vide combattere anche il dio Beleno. Dopo 22 giorni fra gli assedianti cominciò il malumore, i viveri scarseggiavano e girarono voci di una legione proveniente da Roma, così i soldati uccisero Massimino e il figlio esponendone le teste ai vincitori. Quella vittoria fu uno dei momenti più notevoli di quel travagliato periodo, tramandato con abbondanza di particolari (Erodoto) e citato in un’epigrafe scoperta a Roma come “bellum aquileiense“.

 

Massima estensione dell’Impero Romano – 5.300.000 km² (117-140)

 

Ma fu solo l’inizio, altri generali, nominati imperatori sui campi di battaglia, la minacciarono. Così Dacio nel 249, Aureliano nel 270. Mentre gli Alamanni nel 258 invasero l’Italia, il traffico del porto restò compromesso e nell’entroterra si aggravò la crisi agricola. La riforma di Diocleziano, contribuì a diminuirne l’importanza e mentre Sirmio divenne centro di governo dei Paesi danubiani, i traffici con il Norico e la Pannonia si estinsero, così Milano espanse il suo prestigio a scapito della metropoli adriatica, trovandosi Aquileia in posizione decentrata, sul confine fra Oriente e Occidente. Negli stessi anni Diocleziano pose Mediolanum (Milano), centro della Diocesis Italica, togliendolo ad Aquileia.

Tuttavia per tutto il III secolo la sua ricchezza fu favorita dall’affluire di veterani e benestanti che dalle campagne, si rifugiarono in città. E fino alla fine del IV secolo Aquileia venne annoverata fra le maggiori nobiles urbes dell’impero (Ausonio), tanto che lo stesso Diocleziano, in visita ad Aquileia con Massimiano (296-297) offrirono dediche al dio Belenus e venne aperta la zecca (unica nell’impero, dopo Roma) attiva con tre officine.

 

Resti del porto di Aquileia

 

Ma il quadro storico del Friuli in epoca romana non era rappresentato solo da Aquileia. Esisteva in tutto il territorio una realtà sociale e culturale di tipo rurale, che gravitava attorno alla grande città. Ed è stata protagonista della storia locale, in quanto ci viveva la grande massa anonima dei Carni, accanto ai pochi potenti coloni latini. Qui, fuori dalle strutture e dalle programmazioni, avvennero quei grandi fenomeni che diedero corso ai lunghi ritmi della storia. Alcuni di tale portata da determinare elementi che hanno influito sul costume, il linguaggio, l’economia e l’ambiente fisico friulano.

Oltre le mura, la campagna era fittamente abitata. La popolazione contadina aveva moltissime specializzazioni nelle grandi proprietà, uno storico ne ha elencate una cinquantina: bifolchi, aratori, asinari, erpicatori, sarchiatori, mietitori, travasatori, pecorai, gallinari ecc. Mentre nelle piccole un colono e uno schiavo si arrangiavano in tutto. Secondo uno storico dell’epoca, un vignaiolo non poteva curare più di 8 jugeri di vigneto (2 ettari), per i cereali 200 jugeri potevano bastare a 2 aratori e sei braccianti. Catone ci lascia consigli per coltivare un terreno di 100 jugeri: prima conviene la vite, poi gli ortaggi, i salici per fabbricare cesti, infine per ordine d’importanza l’ulivo, il prato, alberi da legna e alberi da ghiande. Anche Erodiano parlò delle colture della pianura friulana: le viti, che erano intrecciate agli alberi da frutto, parte del bottino di guerra come il ciliegio e il pesco, a forma di ghirlanda, facendo sembrare i luoghi parati a festa. Mentre fico e melograno erano già conosciuti dall’epoca delle guerre puniche. Il vino godeva buona fama, era abbondante e costava poco.

Plinio cita il Pucinus, che non esiste più, molto apprezzato dall’imperatrice Livia (moglie di Augusto) e che qualcuno ha collocato nella zona di Duino/Prosecco. Si esportavano mele e, favorito da un clima migliore, cresceva l’ulivo, ma non è chiaro se l’olio fosse tutto locale o più probabilmente con il passar del tempo, Aquileia divenne un grosso centro commerciale, dove transitavano le merci fra Paesi danubiani e mediterranei.

 

Anfiteatro romano, Trieste (Tergeste)

 

Sul tessuto segnato dalle arterie principali e dai centri municipali, si inserivano le strade vicinali, i pagi (centri amministrativi minori), i vici (villaggi), le villae (residenze di proprietari terrieri), disposti secondo il progetto di colonizzazione. Le campagne centuriate, assegnate ai coloni, rese fertili dalle opere di bonifica, come s’è visto erano coltivate a cereali, alberi da frutto, ma soprattutto a vite. Tracce delle centuriazioni sono visibili ancor’oggi. Una quantità rilevante, se pur umili, di reperti archeologici sparsi su tutto il Friuli, soprattutto tombe ed epigrafi, testimoniano la densità degli stanziamenti, soprattutto in pianura e nell’area prealpina. Non da meno sono i numerosi toponomi romani che ricordano le origini: Salt, da saltus, terreno assegnato a zona boscosa. Magnano da magnus. Trasaghis, trans aquas. O quelli connessi ai miliari stradali, come già accennato Tricesimo, ad tricesimum. Sesto, Annone, ad nonum, Terzo, ad tertium lapidem.

La popolazione rurale, formata prevalentemente da Carni, con la conquista, s’era andata via via romanizzando. Originalmente schiavi, facenti parte della famili domestica dei coloni, con il tempo ricevettero la libertà e successivamente vennero assimilati alle popolazioni di diritto romano da Cesare. I rapporti sempre più stretti con i dominatori fecero sì da assimilare la cultura romana, ma, essendo in numero più rilevante, allo stesso tempo influirono sui coloni, determinando la formazione di quella cultura romano-celtica, che avrebbe condizionato gli sviluppi storici della regione. I nuclei omogenei degli abitanti locali, disposti accanto alle ville dei coloni, dalle quali si svilupparono gli attuali paesi, costituirono le riserve etniche e le cellule di un tessuto connettivo rimasto inalterato.

 

Resti del Foro romano di Iulium Carnicum (Zuglio)

 

I proprietari terrieri e i contadini dipendenti, vilici o servi, formavano due classi distinte subordinate sia sul piano sociale che quello giuridico. Tuttavia erano strettamente legati da precisi interessi vitali che sollecitavano la vicendevole considerazione e solidarietà. Si formarono così usi e consuetudini rurali che continuarono fino alla nostra epoca. Consuetudini che più tardi vennero codificate negli statuti rurali o nelle vicinie, rimaste in vigore fino al tardo medioevo e di indubbia origine remota. Il campo “a la grande” del concordiese corrisponde a 5.060 mq, ovvero due jugeri esatti e il manso, l’unità di misura della proprietà immobiliare medioevale è esattamente la superfice di un quarto di centuria, come le tavielis della pianura friulana che riportano le aree lottizzate romane e registrate sulle mappe (tabula) catastali.

La componente latina rimase indelebile nella cultura locale e la presenza romana rivelò al Friuli il suo ruolo di tramite tra l’Oriente e l’Occidente, tra il Mediterraneo e il Centro Europa, portando una ventata cosmopolita. L’apporto latino non riuscì tuttavia a sopprimere del tutto le forze celtiche preromane, che videro assumere un atteggiamento consenziente, ma originale e creativo, soprattutto a livello popolare. Una sintesi che trovò la forza di sopravvivere autonomamente, utilizzando l’eredità romana, allo sfacelo dell’impero e di Aquileia.

 

Fonti:

Gian Carlo Menis: Storia del Friuli
Gianfranco Ellero: Storia dei friulani
Tito Maniacco: Storia del Friuli
Tito Maniacco: I senzastoria

Capri