Friuli 5 – Il cristianesimo

All’interno di un complesso sistema caratterizzato dal più grande disprezzo per la vita umana in generale, con gli schiavi, i poveri e i soggetti, una predicazione che faceva proprie le sofferenze di una sterminata massa, divenne terreno fertilissimo. In una società dove potevano mutare le fortune, ma non lo stato fra oppressi e oppressori; la dottrina di un’emancipazione dell’Uomo, non come massa, ma come individuo; un’idea che trovava l’eguaglianza di fronte a Dio, come il cristianesimo; si incendiò come una prateria secca. In meno di tre secoli diventò l’erede di Roma e non a caso a Roma pose il centro propulsore della sua attività, le fondamenta in pietra dell’edificio che si apprestava a erigere.

Sintomo del cambiamento è il mosaico che affiora e tutt’oggi galleggia sull’Aquileia degli dei, che non dimostra calo di capacità, ma solo mutamenti nei simboli. Nella basilica, c’è un mosaico che rappresenta la lotta del gallo contro la tartaruga. Il forte carattere simbolico, detto allegoria, è una delle caratteristiche del cristianesimo. Tutti conoscono i significati del pastore, della pecorella e del pesce. Il gallo rappresenta colui che annuncia la luce, mentre la tartaruga è il suo contrario (in greco tartaruga indica colui che abita il tartaro, l’inferno, l’oscurità).

 

Lotta fra il gallo e la tartaruga – Basilica di Santa Maria Assunta (Aquileia)

 

Non c’è dubbio che un alveare di attività come Aquileia, fulcro di commerci, diversità, lingue, costumi, leggende, culture e credenze, accogliesse le più disparate forme religiose. Gli dei di Roma avevano dimorato quelli greci, Giove, Marte e Mercurio, assieme ad altri culti che dall’Oriente erano giunti dalle loro città, come Iside, Mitra, Astrade, e i nordici Silvano, la Bona Dea, la Magna Mater e Beleno, il dio dei celti, che con la romanizzazione Belenus venne riconosciuto nume titolare della città. Fra i monti, i Carni adoravano ancora la dea Brigit “donna saggia”, dea della fertilità, delle guarigioni, delle pecore e della lavorazione della lana, che nel calendario cristiano, con le stesse potestà, le sarà attribuito in seguito il nome di Santa Brigida.

Non sono stati trovati resti dell’esistenza di una sinagoga, ma è certificata la presenza di ebrei, che non ci avrebbero abitato senza un luogo di culto. E forse c’era anche l’altare per quel dio ignoto del quale aveva parlato Saulo di Tarso, da noi conosciuto come San Paolo, anche se resta sconosciuto il periodo nel quale il cristianesimo fu introdotto nella regione. La chiesa aquileiese apparve citata nel 314 al Concilio di Arles, indetto da Costantino, in un testo che lascia intendere quanto possedesse già una sua organizzazione gerarchica, come fosse considerata importante e quanto la sua influenza si allargasse già su una vasta area che dall’Italia nord-orientale, con la Venezia, andava all’Istria, al Pannonico e all’Illirico (la Dalmazia).

 

Chiesetta settecentesca di S. Marco a Belvedere di Aquileia, sulle rive della laguna di Grado, costruita su fondazioni paleocristiane. Una targa narra che dalla leggenda, in questo luogo sbarcò S. Marco per evangelizzare i popoli dell’Alto Adriatico.

 

Fra le fonti posteriori si trova la passio dei santi Ermacora e Fortunato, che si dilunga sulle origini del cristianesimo in Aquileia. Racconta della prima evangelizzazione che fu opera di S. Marco, inviato da S. Pietro, e della conversione di S. Ermacora, consacrato dallo stesso S. Pietro. Riguardo la tradizione marciana aquileiese ci sono scritti di Paolo Diacono, Paolino di Aquileia e Carlo Magno, probabilmente formatisi fra il VI e il VII secolo, in seguito alla posizione scismatica in cui si era trovata in quel periodo la chiesa di Aquileia. Non si può sapere chi fu il primo evangelizzatore e quando, ma si puo ben ipotizzare che ciò sia avvenuto abbastanza presto. D’altronde l’ambiente cosmopolita della città, il suo grande porto, la sua posizione strategica, la rendevano aperta non solo alle rotte commerciali, ma anche alla diffusione delle idee.

Al capo XV, 19 dell’Epistola ai Romani, S. Paolo scrive: tant’è vero che da Gerusalemme e dai Paesi circostanti, fino all’Illiria, tutto ho ripieno del Vangelo di Cristo…” E nella II Epistola a Timoteo afferma che ha inviato Tito in Dalmazia. A quell’epoca il proselitismo si diffuse a macchia d’olio e l’Illiria con la Dalmazia facevano capo ad Aquileia (dal fatto che risquoteva il portorio, cioè il dazio).

Tuttavia dalla carenza di fonti scritte, si può dedurre che il cristianesimo degli inizi, ad Aquileia non fu un fenomeno socialmente rilevante, anche se la comunità andò via, via, organizzandosi gerarchicamente, tanto che Ermacora inaugurò la serie dei vescovi, morendo martire. L’ultimo quarantennio del III sec fu uno dei più propizi all’espansione della dottrina cristiana. Ma verso il 283/84 morirono martiri Taziano e il vescovo Ilario. Fu nella grande persecuzione del IV secolo che Aquileia diede il maggior contributo di sangue alla causa cristiana, per poi risorgere, come attesta il citato documento del 314, pronta ai nuovi compiti che la storia le avrebbe assegnato. Un quadro generale dovuto a ritrovamenti archeologici di notevole importanza.

 

La suddivisione dell’impero durante la tetrarchia di Diocleziano, con due Augusti e due Cesari.

 

Gli eventi che portarono al potere il giovane Costantino (306) toccarono anche Aquileia, che diventò teatro di episodi decisivi per la conquista dell’impero. In quell’anno, dopo la morte di Costanzo Cloro, reggente  durante la tetrarchia con Diocleziano, Massimiano e Galerio, ben sei pretendenti si contesero il potere. Aquileia e gran parte delle città italiane, si schierò per Massenzio, figlio di Massimiano, esponendosi a rappresaglie. Ma il dissidio di Massenzio con il padre, gli editti di tolleranza di Costantino (306) di Galerio e Licinio (311) verso i cristiani, scompaginarono tutto, indebolendo il fronte massenziano.

La fortunosa campagna di Costantino (312) si decise in alta Italia, dove Verona, Modena e Aquileia, il triangolo massenziano, capitolarono aprendo la strada al nuovo imperatore verso Roma (Cessi). La vittoria di Costantino su Massenzio ad saxa rubra, l’incontro a Milano con Licinio nel 313, durante il quale fu pubblicato il celebre editto, che “concedeva ai cristiani e a tutti, di seguire la religione preferita” (Lattanzio) con il rapido consolidarsi del nuovo regime, segnarono un periodo di rinnovata prosperità per Aquileia.

Costantino si recò spesso ad Aquileia, qui si fidanzò con Fausta, fu la sua base per il predominio nella Pannonia e sulla Dalmazia e pomo della discordia fra lui e Licinio. Dal numero degli editti, pare che ci soggiornò frequentemente. E nella sua riforma amministrativa, la confermò come sede del consularis Venetiae et Histriae. Durante il suo periodo, la comunità cristiana aquileiese si sviluppò con vigore, impegnandosi a un’intensa opera di evangelizzazione, sotto il vescovo Teodoro già citato nel Concilio di Arles del 314. Fu a lui che si deve la prova più esplicita del prestigioso sviluppo del cristianesimo in Aquileia, con il complesso basilicale nel quale sono ancor oggi superstiti i meravigliosi mosaici pavimentali (unici in Italia assieme a quelli di Piazza Armerina in Sicilia).

 

 

L’attività di Teodoro venne continuata da Agapito (315-328), Benedetto (328-342) e Fortunaziano (342-357) nato a Cividale da genitori africani. Quest’ultimo, secondo San Girolamo, tradusse i vangeli dal latino nella lingua “rustica” del popolo, una delle prime prove che i villici non parlavano più il latino, ma già quella lingua che dette origine all’odierno friulano. In quegli anni il cristianesimo mutò profondamente la città e Aquileia guardò con compiacenza la “Vittoria cristiana”, che Teodoro aveva fatto rappresentare al centro della basilica.

Alla morte di Costantino (337) la divisione dell’Impero fra i tre figli, da lui voluta, scatenò nuove rivalità e guerre fratricide. Eliminati i cugini Dalmazio e Annibaliano, il figlio Costantino II assunse il governo della Gallia, Costante quello dell’Italia e l’Hillirico, mentre Costanzo II l’Oriente. Costantino II, tuttavia, volle rivendicare il suo dominio su tutto l’Occidente e valicò le Alpi dirigendosi verso Aquileia. Nei pressi della città si scontrò con Costante, che ebbe la meglio. Costantino II fu ucciso e il suo cadavere gettato nell’Ausa, presso Torviscosa. Il 9 aprile 340, Costante era ad Aquileia, vincitore su tutto l’Occidente.

Seguirono dieci anni di pace, durante il quale ad Aquileia il cristianesimo vide una profonda ascesa, con conversioni di massa, tanto da dover costruire una nuova basilica. Il vescovo di Alessandria, in città assieme all’imperatore Costante durante la Pasqua del 345, descrisse una folla di fedeli radunata in una chiesa non ancora ultimata, tre volte più grande della precedente. Ma la morte di Costante (350) segnò una nuova e grave crisi nella vita civile e religiosa aquileiese.

 

Vittoria cristiana, dettaglio – Basilica di Santa Maria Assunta, Aquileia

 

L’arianesimo, che prese il nome da Ario, presbitero di Alessandria, insegnava che Gesù era una creatura del Padre, con una natura diversa da quella di Dio. Pur sembrando una sottigliezza teologica, fu un’attentato all’essenza stessa del cristianesimo, che si basava sulla divinità di Cristo e la sua eguaglianza con il Padre. La dottrina fu condannata da un sinodo nel 318, e Ario bandito dalla sua città. Ma continuò la sua dottrina in Palestina, cercando appoggi e seminando discordia fra le chiese. La controversia assunse dimensioni sempre più vaste in Oriente, diventando un affare politico. Costantino, preoccupato per la pace religiosa dell’Impero, fece convocare un’assemblea di vescovi da tutte le province. Così nel 325 si svolse il primo concilio ecumenico della chiesa cattolica, a Nicea, che condannò all’unanimità l’arianesimo come eresia e la risoluzione fu pubblicata come legge dello Stato.

 

Aquileia Romana, ricostruzione virtuale

 

La crisi sembrava risolta, ma dopo la morte di Costantino, l’eresia ebbe il sopravvento, con l’appoggio implicito dell’imperatore Costanzo, scatenando contrasti e persecuzioni. L’Occidente, sotto il regno di Costante e l’ortodossia nicena, ne rimase estraneo. In Aquileia, la più orientalizzante delle chiese occidentali, cì fu qualche disordine quando l’ariano Valente di Muris della Pannonia, volle farsi eleggere vescovo. Il tentativo fu sventato con l’elezione di Fortunanziano (342). Ma la situazione degradò alla morte di Costante, con Magnenzio, un militare di origine barbara, che con una rivolta usurpò il dominio ininterrotto dei Costantinidi, impadronendosi del potere su tutto l’Occidente e stabilendo il suo quartier generale ad Aquileia (350). L’anno seguente affrontò Costanzo, venne sconfitto ed edificò nuove fortificazioni sulle Alpi Giulie. Nella primavera del 352 Costanzo lo affrontò di nuovo ad Aquileia e Magnenzio fuggì, suicidandosi. Costanzo invase anche la Gallia, ponendo fine all’usurpazione e ricostruì l’unità dell’Impero.

L’Imperatore vincente cercò di imporre l’arianesimo all’Occidente con la violenza, e i pochi che resistettero furono puniti con l’esilio. Anche il vescovo di Aquileia, Fortunanziano, si piegò ai voleri del despota. Furono anni di crisi e di sconcerto dove “tutto l’orbe gemette riconoscendosi ariano” (S. Girolamo). L’adesione all’arianesimo da parte dell’Occidente fu una tattica politico-religiosa, più che una deviazione ideologica, ma creò profondi conflitti di coscienza nella vita ecclesiastica e civile aquileiese. Soprattutto perché non solo quella religiosa, ma tutta la politica di Costanzo fu segnata dalla violenza. Venne istituito ad Aquileia un tribunale speciale per arrestare cospiratori e avversari politici, veri o presunti, non lesinando torture e la stessa pena di morte. Dalla città passarono molti convogli di prigionieri in catene verso Milano, residenza dell’imperatore, per essere giudicati di lesa maestà (Ammiano Marcellino).

 

Il mosaico pavimentato – Basilica di Santa Maria Assunta, Aquileia

 

Ma ciò non fece che favorire la sua fine. Mentre Costanzo fu costretto a riprendere le armi contro i persiani nel 360, suo cugino Giuliano (detto l’Apostata) con le legioni del Reno, che lo avevano acclamato imperatore, raggiunse Sirmio, che si arrese. Ma l’improvvisa morte di Costanzo (361), lo lasciò unico imperatore. La notizia, non ancora giunta ad Aquileia, mise le legioni di Costanzo, barricate all’interno, a resistere a un lungo assedio contro un grosso contingente di truppe inviate da Giuliano. L’assedio provocò ingenti danni, con saccheggi nelle campagne vicine, rottura degli aquedotti, e ripetuti assalti con notevoli perdite da ambo le parti. Ma Aquileia cedette solamente alla notizia della morte di Costanzo. Giuliano non infierì sugli aquileiesi, probabilmente valutando l’importanza strategica della città.

Il breve regno di Giuliano (361-363) segnò l’ultimo tentativo di restaurazione del paganesimo nell’Impero. Ma con la sua morte, avvenuta combattendo i persiani, la nuova politica vide anche la fine dell’arianesimo, si estinse la dinnastia fondata da Costantino e tramontò un’epoca.

 

Fonti:

Gian Carlo Menis: Storia del Friuli
Gianfranco Ellero: Storia dei friulani
Tito Maniacco: Storia del Friuli
Tito Maniacco: I senzastoria

Capri