Friuli 6 – La decadenza di Roma

Naufragato il tentativo di Giuliano per ripristinare il paganesimo, il potere tornò in mano a imperatori cristiani favorevoli all’ortodossia nicena, che venne ristabilita anche con la violenza, finché Teodosio (379-395) la impostò come religione di stato (380). Ma l’impero continuò inesorabilmente il suo degrado, sempre più indebolito dalle lotte di potere interne e dai popoli che premevano ai confini. In quel periodo gli imperatori, proclamati sempre più sui campi di battaglia che a Roma, soggiornarono spesso ad Aquileia, quasi a sottolineare la sua importanza politica e militare. Nel 364 vi fece ingresso Valentiniano I (354-375) proveniente dalla Mesia, dove era stato proclamato imperatore dall’esercito. Così pure i suoi figli Graziano (375-383) e Valentiniano II (375-393).

Nel 387 la capitale della Venetia et Histria, fu testimone di un’ennesima guerra civile. Magno Massimo, un generale precedentemente al servizio di Valentiniano, si fece proclamare imperatore in Bretagna e dopo aver ucciso Graziano, marciò su Aquileia, residenza di Valentiniano II, che fuggì in Oriente cercando l’aiuto di Teodosio. Quest’ultimo raggiunse la città e, sorprendendo le difese, se ne impadronì, uccidendo Massimo.

Ugualmente il generale pagano Flavio Eugenio, dopo aver ucciso Valentiniano II, nel 393 mise dimora ad Aquileia. Teodosio di nuovo prese le truppe e si diresse a nord, mentre Eugenio gli andò incontro. I due eserciti si scontrarono fra il 5 e il 6 settembre 394 nella battaglia del Frigido, il fiume Vipacco, presso Gorizia. Dai cronisti dell’epoca sembra che all’inizio Eugenio stesse per avere la meglio, poi si alzò forte la bora, e il suo esercito si trovò con la polvere in faccia non riuscendo a scagliare le frecce, lasciando la vittoria a Teodosio che riunì ancora una volta l’Impero. Questa battaglia fu l’ultimo tentativo di resistenza alla diffusione del cristianesimo e quindi decisiva per il destino della religione cristiana nell’Impero Romano e in Europa, secondo Tirannio Rufino (o Rufino di Aquileia). Anche se ultimamente questa tesi è stata messa in dubbio da diversi storici.

 

Valle del fiume Vipacco (Frigido), dove transitava la via Gemina verso Enemona (Lubiana).

 

Con Teodosio vennero rinforzate le mura e Aquileia considerata la quarta città romana dopo Roma, Mediolanum e Capua. Sotto i vescovi Valeriano (370-388) e Cromazio (394-408) la vita cittadina venne polarizzata attorno alla chiesa aquileiese, ove vi fiorì un centro di studi teologi. Anche S. Girolamo citò con nostalgia i chierici aquileienses, paragonandoli a un chorus beatorum. Da lì, oltre Girolamo, uscirono anche Rufino e Cromazio, grandi scrittori ecclesiastici, e una schiera di vescovi che si sparsero nelle chiese italiane, della Rezia, del Norico e della Pannonia. Valeriano sostenne la nomina di Ambrogio a Milano, contro l’ariano Aussenzio e assieme prepararono il grande concilio di Aquileia del 381, cui parteciparono quasi tutti i vescovi delle province Occidentali. Allo stesso tempo la chiesa aquileiese si dedicò a evangelizzare le sue masse popolari, dove rimanevano ancora vecchi culti e superstizioni.

Ma l’evangelizzazione non si limitò solo alla Venetia et Histria, si diffuse anche nel Norico e nella Pannonia. Entro il IV secolo sorsero le sedi vescovili di Concordia e Julium Carnicum, che inviarono missionari fra i pagi dei municipi dove sorgevano le prime plebes. L’influenza organizzativa si fece sentire anche ad Altino, Trieste, Trento, Feltre, Belluno, Oderzo, Treviso e Vicenza, sedi vescovili subordinate ad Aquileia. Più lontano ad Augsburg (in Baviera), Aguntum (Presso Linz), Tiburnia (presso Spittal, in Carinzia) e Celeia (Celje, in Slovenia) ecc. Nel 442 un documento ci dà un esplicito attestato della giurisdizione del vescovo di Aquileia, che oltre la Venetia et Histria, comprendeva la Pannonia, la Rezia e la Savia. In pratica l’area centro europea che si estendeva dal Mincio, all’Iller in Baviera, al lago Balaton in Ungheria.

 

Anfiteatro romano di Pola – Croazia

 

Tutta questa presenza cristiana nella regione durante il Basso impero, formò le basi sui futuri sviluppi del Friuli. Soprattutto attorno al cristianesimo si creò una nuova unità, che avrebbe resistito allo sfacelo dell’impero e alla bufera delle invasioni. Su un piano storico il prestigio raggiunto nell’antichità, diede modo allo svilupparsi della potenza politica con quel dominio temporale che sarà il fulcro della storia friulana del Medio Evo. Allo stesso modo, la dilatazione oltre le Alpi, avrebbe avviato quei rapporti che nella chiesa friulana si sarebbero mantenuti con il Centro Europa, fino alle soglie della nostra epoca, richiamando la sua vocazione mediativa fra la cultura mediterranea e quella mitteleuropea.

Alla morte di Teodosio (395), l’impero fu nuovamente diviso fra i due figli. Onorio in Occidente e Arcadio in Oriente, affidati alla tutela del generale vandalo Stilicone.

 

Basilica di Aquileia

 

Ogni storia ha le sue fantasie e i suoi luoghi comuni, abbiamo imparato a scuola che L’Impero Romano viveva tranquillo, sotto le leggi di Roma, dietro i suoi confini che dalla Scozia, scendevano lungo l’Europa Centrale. Che il più forte e organizzato esercito dell’epoca faceva la guardia alle frontiere, poi improvvisamente arrivarono i barbari e cadde tutto. Ma ogni spiegazione è più complessa di come ci si aspetta. Le leggi della Storia sono il risultato di un’infinità di fattori, uno solo non basta. La caduta dell’Impero Romano fu la somma di piccole e apparentemente non pertinenti quantità di eventi che trasformò il tutto in una gigantesca qualità, per la quale non sarebbe bastato né l’abilità di un grande generale, né quella di un capace politico. Era una fase che si stava concludendo, ma la nuova non significava fosse migliore o peggiore, era solo diversa.

Ma chi erano questi barbari visti con orrore? Ed è tutto vero ciò che dissero aver visto i cronisti dell’epoca? Quali le cause del suo crollo? Come scritto, ogni singola spiegazione non basta. Al grande storico inglese Edward Gibbon, ci sono voluti sei volumi per raccontarlo nella sua monumentale opera: “The History of the Decline and Fall of the Roman Empire“.

 

Raffigurazione di Altinum romana

 

Nel complesso del grande impero, cominciarono a sorgere nuove nazionalità (la lingua rustica del Friuli ne è un esempio). Cadde una civiltà basata sulla burocrazia, assieme alla decadenza del costume politico, il disordine amministrativo e il dissesto economico che fece crollare la moneta, tornando al baratto. Oltre alle lotte di fazione e la nobiltà arroccata nella difesa dei propri privilegi. E mentre i barbari assassinavano un organismo ancora pulsante, il cristianesimo fece cedere una struttura concepita con altre finalità. Dai confini cinesi cominciarono a spostarsi popoli nomadi, spinti da energici imperatori della Cina, e ogni popolo, spostandosi, tolse il territorio a un altro, finché si arrivò al Danubio e al Vallo di Adriano. Anche i cambiamenti climatici contribuirono sulle popolazioni nomadi, che dovettero spostarsi su nuovi pascoli. Una cosa è certa, nonostante i numerosi itinerari, a volte quasi contraddittori, la direttrice finale restò sempre da est verso ovest.

È facile immaginare lo stato di rovina di città, paesi e campagne di quei tempi. Nonostante un tardivo interesse per i nuovi procedimenti tecnici dovuti al sistema schiavistico e il forte interesse che il cristianesimo nutriva per le innovazioni, (il mulino ad acqua, inventato nel I secolo fu usato solo nel III-IV secolo assieme ad altre macchine idrauliche) non esisteva alcuna possibilità per preservare il mondo antico. Lo storico inglese Gibbon scrive, nella sua opera citata, che se il cristianesimo ebbe un influsso nella caduta dell’impero, d’altra parte fu il cristianesimo a creare i presupposti per una nuova civiltà.

 

Particolare pavimento musivo (Basilica di Aquileia)

 

La diplomazia imperiale cercò inutilmente di stipulare, fra il 395 e il 476, più di cento contratti con i popoli che arrivavano alle frontiere. Inizialmente il fenomeno ebbe uno sviluppo limitato, con gruppi fra le 25.000 e le 90.000 persone, famiglie comprese, ma la terrificante pressione degli Unni a est, spinse sempre più questi popoli a infiltrarsi in territorio romano. Per quanto Onorio avesse riassestato tutta la difesa Orientale, non avrebbero potuto reggere a lungo. Nel 401 d.C. si presentarono davanti ad Aquileia i Visigoti, al comando di Alarico e l’espugnarono. Generale notevolmente capace, riuscì a unificare i vari gruppi tribali, trascinandoli da Tessalonica, attraverso le pianure del Danubio, fino alla città che conquistò. (Lo stesso Gibbon, ne scrive diffusamente). Alarico fu sconfitto dal generale romano Stilicone vicino Torino il 29 marzo 403. Pochi anni dopo fu la volta degli Ostrogoti guidati da Radagaiso e ancora dispersi da Stilicone. Dopo l’uccisione di quest’ultimo da parte dell’imperatore Onorio, vittima della gelosia, nel 410 Alarico si ripresentò in Italia con un nuovo esercito, espugnò nuovamente Aquileia e si diresse su Roma dove giunse nel 410, mettendola a ferro e fuoco.

Queste scorrerie portarono morte e desolazione da Forum Iulii a Concordia. Aquileia rimase sguarnita e il centro politico diventò Ravenna, con il centro militare a Pavia. Alla morte di Onorio (423), il primicerio Giovanni usurpò il trono, ma Teodosio II con l’esercito d’Oriente, mosse verso l’Italia per far valere i diritti di Valentiniano III (con la madre Galla Placida correggente) alla successione e si stabilì per un anno ad Aquileia, inviando l’esercito a Ravenna dove s’era rifugiato il primicerio Giovanni. Ravenna fu espugnata e Giovanni portato ad Aquileia dove venne ucciso (425).

Poi arrivarono gli Unni.

 

Fonti:

Gian Carlo Menis: Storia del Friuli
Gianfranco Ellero: Storia dei friulani
Tito Maniacco: Storia del Friuli
Tito Maniacco: I senzastoria
Elio Bartolini: I Barbari

 

Capri