Friuli 7 – Attila, Unni e leggende

In genere si connette l’arrivo dei barbari con il saccheggio, la violenza, la guerra e la rapina. Naturalmente la guerra presso i barbari era un modo normale di regolare i rapporti (come fra i Romani). Ma quando si parla di”rapina” per il periodo di transizione dai Goti agli Ungari, cioé circa 500 anni, tutto il periodo del tramonto dal vecchio sistema dell’antichità classica, al nuovo ordinamento feudale. Quando allo stesso tempo si dice che per effetto delle invasioni e delle devastazioni nessuno produceva niente, il commercio era scomparso, le manifatture chiuse, i campi incolti, invasi d’acqua, dagli sterpi e da nuove foreste, si sbatte in una contraddizione.

Non si può vivere di rapina per 500 anni, senza che nessuno produca niente. Quando non vi è nulla da prendere è necessario iniziare a produrre. E’ qui che ha origine il sistema feudale, che non fu importato dai Germani o dai Franchi, ma si formò nel corso delle conquiste, obbligò i nuovi signori ad adattarsi ai territori conquistati, come i conquistati si adeguarono a loro. E qui ebbero inizio le caratteristiche storiche e linguistiche dei futuri stati nazionali.

Questa considerazione deve metterci nelle condizioni, il più possibile oggettive, nel non aver pregiudizi, come l’effetto distruttivo che colpì gli scrittori cristiani dell’epoca alla vista dei barbari, ma pensare in funzione della loro cultura originaria. Ogni popolo produce una sua cultura e se è diversa, non significa che sia peggiore. Significa solo che ha avuto un diverso terreno di crescita, diverse espressioni e modi di essere e questo l’Italia lo assimilerà in tutti i secoli successivi.

 

L’impero unno di Attila (450)

 

Al momento di cui si scrive, i barbari nomadi erano l’espressione di una cultura alla cui base non c’era l’agricoltura, né il commercio, ma la pastorizia. Il bovaro non poteva tollerare lo spezzettamento del territorio, perché pascolava il suo bestiame ovunque trovasse acqua ed erba. Da qui i primi conflitti, i morti e le diatribe fra pastori e allevatori. I popoli nomadi obbedivano a una legge istintiva, anche se non scritta, che per loro aveva lo stesso valore di un codice. Strade, poderi, filari, albereti, frutteti, vigne, ville, città erano luoghi “innaturali” o “illogici” per loro. Le città erano posti strani e sarebbero passati secoli prima che pensassero di abitarle. Solo i popoli che avevano vissuto ai confini di Roma, o vi avevano ricevuto territori da abitare, o nutrivano ammirazione per Roma e la sua cultura, entrarono in quell’ordine di idee, ma non fu il caso degli Unni.

E’ un luogo comune ricordare il cibo degli Unni, che mangiavano carne semicruda riposta fra le loro cosce e la schiena dei cavalli. Eppure trecento anni prima il loro nome era Hsiung-nu, mangiavano il cibo dell’elaborata cucina cinese e si vestivano di lino e pellicce di topi silvestri cuciti assieme. Archeologi russi hanno trovato nelle loro tombe a tumuli, sparse per la steppa e appartenenti a un loro ramo chiamato Yue-pan, abiti di seta e ceramiche. Nei campi invernali costruivano delle solide izbe di legno. Cacciati dai cinesi della dinastia Han, si divisero in vari rami. Quello che ci interessa arrivò al fiume Volga nel 155 d.C. e da lì cominciò un processo di adattamento, di fusione etnico e un progressivo oblìo della struttura tribale. Da aristocratici nobili e guerrieri, scesero in declino e si mescolarono con Ugri e Alani.

Svanirono così le caratteristiche fisiche iniziali del popolo che aveva scosso l’impero cinese e persero la lingua originale. (Ricerche linguistiche affermano che gli eredi della lingua unna sono i Ciuvasci). Avevano receduto in civiltà, gli incroci ne avevano mutato l’aspetto, ma lo spirito guerriero rimase. Non avevano più una democrazia guerriera e facevano consiglio di guerra a cavallo. Solo con Attila tornarono brevemente ad un potere ereditario, ma restarono sempre cavalieri insuperabili. Avevano cavalli piccoli, resistenti, ossuti, con zampe corte e robuste, abituati a bere e mangiare poco, percorrevano anche 100 chilometri al giorno in assetto di guerra. Gli Unni vestivano armature di piastre o reti di ferro e sostituivano la potenza della staffa con lunghe lance saldate da catenelle al collo dei cavalli. Si trascinavano dietro mandrie di cavalli e bestiame ed erano seguiti dalle famiglie in carri coperti da una spessa coltre di peltro. Facevano largo uso di una bevanda ancora frequente nella steppa, chiamata kumis, che può ricordare lo yogurt. Un latte di cavalla inacidito, dissetante e molto nutritivo.

 

Monumento ad Attila (Budapest – Ungheria)

 

Quando Attila assunse il potere, uccidendo il fratello, tentò di passare in Gallia. Sconfitto da Ezio e i suoi alleati Visigoti ai Campi Catalaunici (Chalôn) (451) aggirò le Alpi, finché trovò un accesso nelle Alpi Giulie e si affacciò davanti ad Aquileia (452).

Una delle caratteristiche dei popoli nomadi era la predilizione di spazi piani e la scarsa conoscenza di tecniche d’assedio. Le stesse difficoltà che dovettero affrontare i Mongoli per le città cinesi (ricorrendo ad artigiani cinesi) e i Turchi a Costantinopoli (con artigiani europei che gli costruirono l’artiglieria). Un cronista dell’epoca scrisse che Attila fece costruire macchine e strumenti di offesa di ogni genere.

Nonostante vicende così lontane, non è arduo immaginare lo sgomento dei difensori della città, che videro bruciare ville e case fuori dalle mura, dilaniare il bestiame, distruggere i vigneti, gli alberi, i campi, tutto il paesaggio agrario che in 600 anni era stato addolcito dalla foresta. E assieme a ciò che vedevano dagli spalti delle mura, c’era anche ciò che immaginavano. Molti di loro, alle prime avvisaglie dell’ondata unna, si rifugiarono a Grado. A quei tempi, Grado, oltre ad essere notevolmente fortificata come sede della marina da guerra romana, era più alta di due metri dall’attuale livello.

 

Nave da guerra romana

 

L’assedio durò tre mesi e il re unno non poteva lasciarsi dietro una città importante e vicina al mare, da dove potevano arrivare aiuti. Ma i comandanti cominciarono a innervosirsi, non abituati a quel tipo di combattimento e tanto lungo, così riuscirono a convincere Attila per togliere l’assedio. Il seguito viene raccontato da Gibbon, sulla base della narrazione di Procopio di Cesarea. Pare che mentre il re percorreva per l’ultima volta i dintorni della città, avesse visto una cicogna librarsi in volo con i suoi piccoli, dirigendosi verso la campagna. Superstizione, intuizione o capacità, ogni segno nel Segno, Attila convinse i suoi compagni che, se l’industre e domestica cicogna abbandonava il nido, che facendo sua la casa dell’uomo l’abbandona, sa per certo che quella casa non è più sua. Non potevano abbandonare, quando il Cielo mandava quell’inequivocabile segno. Se lo avessero rifiutato, non avrebbero potuto più sperare sull’aiuto degli Dei. Così i capi si infiammarono, contagiando le truppe, e Aquileia fu presa.

Il corso del fiume Natisone (Nadiža in sloveno) nasce in Italia, ne delimita per un breve tratto il confine, scende in Slovenia, presso Caporetto, per poi rientrare in Italia, attraversando Cividale e si getta nel fiume Torre, il quale è immissario dell’Isonzo. All’epoca romana veniva chiamato Natissa, si pensa che il toponimo arrivi da natare, in latino nuotare-scorrere. In quel periodo non era immissario del Torre e la sua foce, dopo attraversato Aquileia, arrivava nella laguna di Grado. Diversi storici romani scrissero che scorreva davanti Aquileia e Plinio descrisse addirittura: Natiso cum Turro praefluentes Aquileiam coloniam. Ovvero che entrambi i fiumi alimentassero Aquileia. La deviazione a oriente dei due fiumi, fino a confluire nell’Isonzo, fu una delle tante leggende tramandate su Attila, che li fece deviare per prendere la città

 

Le case di Cividale che si affacciano sul fiume Natisone

 

Secondo alcuni studiosi il cambiamento traumatico della morfologia della zona sarebbe avvenuta molto dopo, tra il 550 e il 600 d.C.,probabilmente nel 589, in occasione del biblico nubifragio, narrato sia da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum (L.III c.23) sia da Gregorio Magno nei Dialoghi (III 19), che imperversò nella parte nordorientale dell’Italia e causò lo straripamento di tutti i fiumi. Dopo la deviazione del Natisone, attualmente, in ciò che è rimasto di Aquileia, passa ancora un piccolo rio che segue il letto dell’ antico fiume, come a ricordarne il declino, il cui nome è rimasto Natissa.

C’è lo spazio per raccontare un’altra ostinata leggenda (che ho sentito fin da piccolo). Il castello di Udine sorge su una collina isolata, come un’anomalia nella pianura. A fianco c’è una depressione del suolo, così come spiegazione a tale anomalia, si narra che Attila avesse fatto ereggere la collina, facendo scavare con gli elmi i suoi soldati, per godersi Aquileia che bruciava. (Il colle è alto 25 metri e tuttora da lassù è impossibile vedere Aquileia a 40 chilometri di distanza)

 

Attila, re degli Unni, distrugge Aquileia. Stampa antica -1930

 

Ma prima di terminare il capitolo sugli Unni, pur non capendo le città, non gli si può addebitare il deliberato intento di cancellare Aquileia dalla faccia della terra, come la Storia ci ha tramandato. La conquistarono per motivi strategici e di saccheggio, uccidendo molti abitanti e altrettanti facendoli schiavi, perché rientrava nella loro logica. Ammiano ci ha tramandato che non conoscevano case, ma l’ambasciatore Massimino ci ha lasciato la descrizione della casa di Attila e di sua moglie. Lo stesso Ammiano scrisse che stavano solo a cavallo disprezzando ogni ordine, al contrario gli ambasciatori bizantini, nella zona ora ungherese, fra Tokay, Jazberin e Agria, il loro quartier generale, notarono che la maggior parte del suolo era coltivato, seppur da schiavi.

Una città molto grande per quei tempi, non scompare da un giorno all’altro. Anche se i depositi, gli edifici pubblici, i templi, le botteghe e le case dei ricchi vennnero depredati, le case dei poveri, in legno, bruciate, dopo la partenza degli invasori, in qualche modo di ciò che rimase della città continuò a emanare sia pur deboli impulsi di vita. Ma fu la notizia della sua caduta a suscitare orrore in tutta Italia, diventando il simbolo delle sventure che ormai affliggevano l’impero, tramandando e ampliando il fatto da fosche leggende, ancor vive ai giorni nostri. I danni alla città non furono maggiori a quelli prodotti dalle precedenti incursioni, ma questa volta il corpo era troppo malato per guarire e Aquileia non riuscì più a rialzarsi. Il porto rimase paralizzato, danneggiato dal mutato equilibrio commerciale e quindi invaso dall’impadulimento cui è soggetta la laguna. Peggiorò la rete stradale nell’entroterra e cominciò un innarrestabile processo di spopolamento. Il destino di Aquileia era ormai segnato.

 

Lapide dedicata a papa Leone I (Governolo – MN)

 

Secondo un’ulteriore leggenda, Attila accolse sulle rive del Mincio l’invito di Leone Magno di ritirarsi con l’aiuto di S. Pietro e Paolo di Tarso, mentre Valentiniano III stava barricato a Ravenna. Ma alcuni storici scrivono che papa Leone gli portò una considerevole quantità d’oro per abbandonare l’Italia (e ciò rientra nella mentalità degli Unni). Mentre altri scrissero che in Italia stava infuriando un’epidemia di colera e di malaria, tanto che Attila non era in grado di sostenere le sue truppe. Altri ancora che l’esercito di Marciano (imperatore bizantino), oltrepassando il Danubio, lo abbia convinto a desistere.

Ma l’Occidente era ormai piombato nel caos. Valentiniano III fece uccidere Ezio (454) sempre per invidia, e l’anno seguente lui stesso venne trucidato dai suoi seguaci. L’ultimo ventennio dell’Impero d’Occidente registrò un turbinio di lotte assurde, per un potere ormai inesistente, fino alla commedia del giovane Romolo Augustolo, l’ultimo che assunse in Occidente il titolo imperiale. Nel 476, il generale erulo Odoacre, deposto l’imperatore ragazzino, si proclamò re d’Italia, segnando così, su tutti i libri di storia, la data della fine dell’Impero Romano.

Fonti:

Gian Carlo Menis: Storia del Friuli
Gianfranco Ellero: Storia dei friulani
Tito Maniacco: Storia del Friuli
Tito Maniacco: I senzastoria
Elio Bartolini: I Barbari.

 

Capri