Il mondo in una bolla

Il sapone, questo sconosciuto

Che il sapone serva per lavar via lo sporco lo sanno tutti, ma forse non tutti sanno che viene preparato trattando grasso oppure olio con una base forte, e quindi viene ottenuto a partire da quello che genericamente definiamo “l’unto”. In questo modo il problema (la pulizia dall’unto) fornisce esso stesso la soluzione (il sapone) in una brillante dimostrazione di ciò che può produrre l’umano ingegno. Sì, perché la preparazione del sapone è pratica nota fin dai tempi antichi, a partire dal sapone di Aleppo fino al sapone di Marsiglia.
Per capire meglio l’argomento esaminiamo come son fatti i grassi e gli olii, punto di partenza per la preparazione dei saponi. Entrambi fanno parte del gruppo dei lipidi, sostanze strutturalmente anche molto diverse tra loro (oltre ai grassi e agli olii, sono lipidi le cere, i fosfolipidi e gli steroidi), ma che hanno tutte in comune l’idrofobicità; chiunque abbia provato a lavarsi solo con acqua, sia pure molto calda, le mani sporche d’unto non potrà che convenire sull’idrofobicità dei lipidi.
Grassi e olii vengono chiamati “trigliceridi” perché sono costituiti da una molecola di glicerina (glicerolo) cui sono legate tre molecole di acidi organici, gli acidi grassi. Gli acidi grassi sono particolari acidi carbossilici caratterizzati da lunghe catene lineari con un numero pari di atomi di carbonio, tranne rare eccezioni, dal momento che gli organismi viventi li sintetizzano legando assieme delle unità di etilene, che ha due atomi di carbonio.
I grassi e gli olii, pur essendo entrambi trigliceridi, provengono da fonti diverse: i grassi sono trigliceridi di origine animale (burro, strutto, sego) e sono solidi a temperatura ambiente, mentre gli olii sono di origine vegetale e sono quasi sempre liquidi. Questa differenza di stato, nonché le differenze organolettiche, sono dovute alla diversa composizione degli acidi grassi che li costituiscono: ogni trigliceride ha la propria composizione caratteristica di acidi grassi, e nel caso degli olii la percentuale di acidi grassi insaturi (cioè aventi uno o più doppi legami) è molto più alta che nei grassi. La presenza di numerose catene insature negli olii fa sì che le interazioni tra le catene stesse siano meno efficaci e che l’impaccamento delle varie molecole sia minore, e perciò gli olii sono liquidi a temperatura ambiente.

Preparazione del sapone

Il trattamento con una base forte e riscaldamento di un trigliceride, qualunque esso sia, porta alla rottura del legame tra la glicerina e gli acidi grassi e alla formazione dei due composti di partenza. La reazione, che prende il nome di saponificazione, porta quindi all’ottenimento di glicerina e acidi grassi i quali, nell’ambiente basico in cui avviene la reazione, sono sotto forma delle loro basi coniugate (carbossilati). Questi carbossilati sono quindi molecole con lunghe catene lineari di atomi di carbonio (quelle degli acidi grassi del trigliceride di partenza: quindi, a seconda del trigliceride impiegato, si otterrà un sapone con caratteristiche organolettiche differenti, e risulta particolarmente pregiato il sapone preparato a partire dall’olio d’oliva) e con un gruppo carico negativamente (la base coniugata dell’acido grasso, cioè quel che si ottiene allontanando il protone acido dalla molecola). Al termine della reazione di saponificazione si aggiunge del sale da cucina per ottenere un composto solido che sarà formato dalla miscela dei carbossilati (che è il sapone vero e proprio) e da glicerina. Aprendo una piccola parentesi, voglio presumere che le pubblicità che vantano i saponi “alla glicerina” si riferiscano a prodotti in cui viene aggiunta della glicerina in più rispetto a quella che si forma durante la saponificazione, visto che in realtà *tutti* i saponi contengono glicerina, che è uno dei prodotti della reazione.
In ogni caso, nella preparazione del sapone si adopera di solito soda caustica (idrossido di sodio) come base forte e si ottiene un sapone solido, ma se si usa invece potassa caustica (idrossido di potassio) si ottengono saponi morbidi come quelli da barba. Inoltre, a seconda di come viene elaborato il prodotto, si possono ottenere saponi con diverse caratteristiche: ad esempio, se si vuole un sapone abrasivo (come la pasta lavamani) si aggiunge sabbia finissima, se lo si vuole da bagno si aggiungono profumi e sostanze aromatiche, se si vuole che galleggi si insuffla aria nella massa fluida prima di farla solidificare.

Funzionamento del sapone

Il sapone funziona sfruttando la diversa solubilità in acqua delle due parti della molecola, che è costituita da una testa idrofilica (il carbossilato, che è carico negativamente) e da una coda idrofobica (la lunga catena lineare di atomi di carbonio proveniente dall’acido grasso):

Immagine tratta da wikipedia

Quando si mette il sapone in acqua le code idrofobiche, insolubili in acqua, interagiscono tra di loro formando le micelle, specie di sfere con all’interno le varie catene di atomi di carbonio e sulla superficie le cariche negative delle teste idrofiliche le quali, interagendo con l’acqua, mantengono le micelle in soluzione:

Immagine tratta da wikipedia

Quando s’introduce nella soluzione saponosa un tessuto macchiato d’unto, o quando ci si lava dall’unto, le code idrofobiche del sapone andranno ad interagire con le lunghe catene idrofobiche dei trigliceridi che costituiscono l’unto, sciogliendosi quindi in esso e lasciando sulla superficie della macchia le teste idrofiliche le quali, essendo tutte cariche dello stesso segno, tenderanno a respingersi. A questo punto basterà strofinare per ottenere il distacco della macchia dal tessuto, o dalla pelle, e la sua dispersione in soluzione; il risciacquo della soluzione saponosa allontanerà lo sporco lasciando tessuto o pelle puliti.

Tutto perfetto, quindi?

Parrebbe di sì, ma in realtà il sapone qualche problemino lo dà. Il problema del sapone è che è costituito dalle basi coniugate degli acidi grassi, e dal momento che gli acidi grassi son acidi piuttosto deboli le loro basi coniugate sono piuttosto forti, perciò quando si scioglie del sapone in acqua si otterrà una soluzione piuttosto basica, e una soluzione basica non rappresenta certo l’ideale per la salute dei tessuti, soprattutto di quelli delicati, né per la salute della pelle, come avrebbero potuto testimoniare le mani delle lavandaie di un tempo, rosse, gonfie e screpolate per l’esposizione prolungata a soluzioni alcaline.
Un problema collaterale è poi costituito dalle acque “dure”, cioè contenenti sali di calcio e di magnesio che in ambiente basico non sono più solubili e precipitano, fornendo quei caratteristici aloni sul bordo delle vasche da bagno, rovinando i tessuti su cui vanno a depositarsi e rendendo opachi i capelli.

Work in progress

A causa di questi inconvenienti la ricerca scientifica ha portato all’ottenimento dei detergenti sintetici o “detersivi”. Nei detersivi la testa idrofilica non deriva più da un acido debole (e quindi non è più una base forte), ma deriva da un acido forte (di solito si usano acidi solfonici) e quindi è una base debolissima, perciò usando un detersivo non si rende più l’acqua basica.
Anche i detersivi, però, pur risolvendo il problema dell’ambiente di lavaggio alcalino, non sono esenti da problemi: i primi detergenti di sintesi non erano biodegradabili, cioè non venivano smaltiti dai microorganismi e rimanevano nelle acque, inquinandole. Il problema era causato dalla coda idrofobica: nei saponi è costituita da catene lineari di atomi di carbonio sintetizzate dagli organismi viventi che producono i trigliceridi, mentre con i detergenti di sintesi i sistemi più veloci ed economici per preparare lunghe catene di atomi di carbonio portano all’ottenimento di catene ramificate che i microorganismi non sono in grado di “riconoscere” e quindi di degradare.
Un altro problema dei detersivi è provocato dall’aggiunta di fosfati come additivi per legare a sé il calcio ed il magnesio delle acque dure: i fosfati, una volta che le acque di lavaggio finiscono nei corsi d’acqua, agiscono come fertilizzanti per le alghe, che quindi crescono a dismisura consumando tutto l’ossigeno disponibile e provocando la morte dei pesci (eutrophication: scusate l’impiego di una parola straniera, ma trovo terribile la traduzione in italiano…). Per questo motivo i fosfati non vengono più aggiunti ai detersivi; in ogni caso, la ricerca scientifica prosegue per mettere a punto soluzioni efficaci ai problemi che via via si presentano.

Dopo i fatti, un’opinione

E adesso veniamo a parlare di un fenomeno che da qualche tempo si è affermato e che non mi trova d’accordo né dal punto di vista prettamente pratico né dal punto di vista, diciamo così, di Weltanschauung: ci sono alcune persone che ritengono che farsi il sapone in casa sia meglio che acquistarlo.
Secondo me farsi il sapone in casa non è opportuno innanzitutto per motivi pratici, ché le mie obiezioni si possono riassumere tenendo presente che per preparare il sapone si usa una sostanza irritante, pericolosa e inquinante come la soda caustica, e quindi:

  • se non si è sufficientemente attenti nel manipolarla ci si può far male;
  • se non si è sufficientemente abili nell’eliminarla dal prodotto ottenuto si finisce col lavarsi la faccia e i vestiti con un sapone alla soda;
  • se non si è sufficientemente accorti da neutralizzare gli scarti di reazione prima di eliminarli si finisce col buttare nello scarico sostanze parecchio inquinanti.

In realtà i motivi pratici sarebbero già, a parer mio, ampiamente bastevoli a sconsigliare la pratica di fabbricarsi il sapone a domicilio, ma la mia principale obiezione è di natura ‘filosofica’, di concezione del mondo e della vita: insomma, di Weltanschauung.
L’ingegno umano è riuscito a mettere a punto, quasi agli albori della nostra storia, un sistema geniale per risolvere il problema, piccolo finché si vuole ma tutt’altro che trascurabile, della pulizia dall’unto, s’è inventato dei prodotti di sintesi per ovviare agli inconvenienti che il sistema aveva ed è tuttora all’opera per offrire soluzioni sempre più efficaci e sempre meno problematiche, e a me sembra poco logico che ci siano persone che in nome di una visione, diciamolo, disneyana dell’esistenza e magari per spirito di ribellione nei confronti delle multinazionali (viste come “brutte, sporche e cattive”) si fanno il sapone in casa inquinando, correndo il rischio di farsi male e ottenendo un prodotto che nella migliore delle ipotesi è comunque di suo un composto basico.
Farsi il sapone in casa rappresenta, a parer mio, un modo d’intendere l’esistenza che non tiene conto di quanto la ricerca scientifica abbia fatto e stia facendo per migliorare le condizioni di vita in mille modi a cui non facciamo neppure caso perché sono entrati nell’uso corrente e nell’abitudine.
Per esempio, prima che ci fossero gli shampoo la pulizia dei capelli non doveva essere questione proprio semplicissima, se nei secoli scorsi si faceva così ampio uso di parrucche e di acconciature coi capelli raccolti.

Raccontando la triste storia dell’infelice Tess dei d’Urbervilles, Thomas Hardy scriveva che la poverina, prima d’andare incautamente a trasferirsi in casa di chi doveva condurla su una china senza ritorno, lasciò che la madre avesse cura del suo aspetto lavandole i capelli, e costei “lavò i capelli della figlia con tale cura che una volta asciutti e pettinati sembrarono il doppio del solito”. Ora, che razza di prodotti dovevano mai esser costretti ad usare alla fine del diciannovesimo secolo, se una cosa abituale come l’ottenimento di una chioma gonfia e voluminosa meritava d’esser menzionata come straordinaria? E per di più l’autore pare quasi suggerire che il rigoglio delle chiome della povera Tess avesse in qualche misura contribuito all’eccezionale quantità di sfighe che le dovevano piovere addosso lungo tutto il libro fino all’inevitabile, tragica conclusione.
Magari è una piccola cosa, magari si può pensare sia una cosa priva d’importanza, magari si può pensare anche che io la faccia più grande di quanto la faccenda sia in realtà, ma penso che quando ci si fa il sapone in casa non si pensa che si sta buttando nel water, assieme ai resti di soda caustica, anche centinaia d’anni di studio e di lavoro per il miglioramento delle condizioni di vita e per il progresso della conoscenza. Molto spesso non si pensa che la ricerca scientifica ha migliorato moltissimo le nostre condizioni di vita in tanti piccoli modi che fanno la differenza: potersi lavare i capelli quante volte si vuole con un prodotto che non li renda opachi e stoppacciosi; avere a disposizione ad un prezzo accessibile delle calze di nylon anziché le costosissime e delicatissime calze di seta; potersi vestire con abiti del colore che si vuole perché nessun colore è più difficile da ottenere né più costoso di un altro, e mille altri esempi di piccole cose quotidiane a cui non si pensa mai perché queste comodità ormai le si dà per scontate. E non dimentichiamo che se l’umanità avesse deciso di tornare sui propri passi anziché cercare soluzioni migliori ogni volta che una nuova scoperta rivelava qualche aspetto problematico, a quest’ora saremmo ancora a dormire sugli alberi per sfuggire ai predatori e a spidocchiarci vicendevolmente come forma privilegiata di socializzazione.

Molto spesso si ha la tentazione di credere che la vita di un tempo fosse un idilliaco paradiso, che fosse più semplice e più pulita, che fosse un’esistenza in cui i cibi erano genuini e che non ci fossero tutte le “porcherie” di adesso. Ecco, al riguardo la prima considerazione che mi viene da fare è che a chi dubitasse che l’epoca più confacente a ciascuno sia quella in cui si è nati consiglierei il godibilissimo “La scelta di Hobson” di Alfred Bester: una lettura che a parer mio dovrebbe essere introdotta nelle scuole dell’obbligo.
Eppoi, vediamo un po’ di ‘smontare’ gli equivoci in cui s’incorre parlando di “vita più semplice e pulita in cui i cibi erano genuini e non c’erano tutte le porcherie di adesso”. Riguardo alla vita più semplice, non posso fare a meno di pensare a quanto doveva essere faticosa e complicata l’esistenza ai tempi in cui era necessario fare il bucato a mano, senza lavatrice e senza detersivi, senza acqua calda e magari senza acqua corrente, e questa cosa mi è stata confermata in pieno da una vispa novantenne con cui ho parlato ad una riunione di appassionati di giardinaggio, la quale mi disse francamente “Io neppure per sogno vorrei tornare ai tempi di quando ero giovane: l’esistenza era faticosissima e bisognava lavorare tantissimo anche per le cose più semplici”. E lasciamo perdere cosa vorrebbe dire per noi non avere a disposizione la corrente elettrica: per fare la prova, mi basta vedere quel che succede quando manca la corrente, ché mi capita regolarmente d’esser presa in contropiede dall’accensione elettrica del gas del fornello che non funziona più, e una volta in cui ero particolarmente distratta ho temuto che si fosse rotto l’apricancello elettrico, visto che, senza corrente, il cancello non si apriva più.
Come dico sempre: per noi “civiltà” significa luce, acqua e gas.
Quanto alla pulizia della vita di un tempo, direi che ne ho parlato a sufficienza, ma in caso servisse qualche dettaglio in più, basta pensare alla comodità degli attuali prodotti da applicare direttamente sulle macchie ‘difficili’ che sostituiscono efficacemente il vecchio sistema di trattare la macchia a secco con sapone di Marsiglia, sputarci sopra e strofinare.
Ma i cibi genuini e senza porcherie? In qualche modo, siamo spesso convinti che “una volta” il cibo fosse più genuino di adesso, che ci fossero meno sofisticazioni alimentari e che ci fosse maggiormente da fidarsi di quello che ci si metteva in bocca. Io però non posso fare a meno di pensare che la natura umana sia sempre la stessa, e infatti la sofisticazione alimentare, ch’è probabilmente il secondo mestiere più antico del mondo, è sempre esistita, altrimenti non troveremmo negli scritti di Plinio (adesso non ricordo se il Vecchio o il Giovane, ma comunque uno che è vissuto un bel po’ di centinaia di anni fa) delle amare invettive contro l’inveterata abitudine degli osti di adulterare, con inventiva e pervicacia, il vino che vendono; né sarebbe arrivato fino a noi il termine “infinocchiare”, che deriva dall’antica abitudine dei venditori di vino di qualità discutibile di offrire alla clientela dei semi di finocchio, che falsa la percezione dei sapori, da sgranocchiare mentre bevevano.
Ma adesso, rispetto ad un tempo, ci sono fior di tecniche analitiche per rilevare la sofisticazione alimentare, perciò il rischio di mangiare pane fatto con farina contenente polvere di gesso o cioccolata addizionata di polvere di mattone (oppure qualche altra “ricetta” partorita dalla fertile mente umana) è decisamente assai più basso di un tempo. Quel che serve non è demonizzare il cibo che si trova al supermercato, ma una maggior conoscenza e anche un po’ di fiducia nelle tecniche analitiche che sono a disposizione adesso, così per esempio si potrebbe sensibilizzare un po’ l’opinione pubblica in modo da cercare di contrastare la scriteriata opera di smantellamento delle ARPA (Agenzie Regionali Prevenzione e Protezione Ambientale) ch’è attualmente in corso.
E, alla fine di tutti questi discorsi, non posso fare a meno di rimanere sbalordita dinanzi alle prodigiose capacità della mente umana, vero “monstrum” (nel senso di “cosa che incute meraviglia”), in grado d’inventarsi un sistema di pulizia geniale nella sua semplicità come il sapone, basato sul principio che “il simile scioglie il simile”, e poi di migliorarlo con i detersivi e di migliorarlo ancora con i detersivi biodegradabili, e che d’altro canto arriva fino a partorire un’assurdità come l’omeopatia, basata sulla teoria che “il simile cura il simile”, e poi riesce addirittura a peggiorarla con la storia della memoria dell’acqua, e a peggiorarla ancora con l’invio di ‘sta memoria via e-mail per guarigioni a distanza.

Per commentare un tale “monstrum” niente mi pare più adatto delle parole di Blaise Pascal quando scrive: “Tutta la dignità dell’uomo è nel pensiero. Ma che cos’è questo pensiero? Quanto è sciocco! Il pensiero è dunque una cosa ammirevole e incomparabile per sua natura. Bisognava che avesse ben strani difetti per riuscire disprezzabile. Ma ne ha effettivamente tali, che nulla è più ridicolo. Quanto è grande per sua natura! Quanto è basso per i suoi difetti!”.

Bee
Ape per scelta e antigrillista per DNA, ama parlare di sé in terza persona, spargere serenità e buffezza e raccontare le meraviglie del mondo che ci circonda.

Pubblicato da Bee

Ape per scelta e antigrillista per DNA, ama parlare di sé in terza persona, spargere serenità e buffezza e raccontare le meraviglie del mondo che ci circonda.