Le Malerbe: excursus sulle comfort women

Nuovamente a darmi l’idea per un articolo è stato qualcosa che ho letto e che mi ha ispirato una ricerca. Per Natale ho ricevuto in regalo Le Malerbe di Keum Suk Gendry-Kim, fumetto di quasi 500 pagine edito da Bao Publishing.

La cruda storia dell’anziana Okseon che racconta la vita da comfort woman all’autrice mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Da lì è sorto il desiderio di saperne di più e di condividere con voi qualcosa su questo crimine di guerra giapponese passato piuttosto in sordina.

Le Malerbe
Copertina de Le Malerbe di Keum Suk Gendry-Kim, Bao Publishing, 2019

Ianhu (慰安婦, letteralmente ‘conforto’ e ‘moglie’) è il termine giapponese con cui vengono designate le donne di confortocomfort women. Stiamo parlando di migliaia di donne (soprattutto coreane, ma anche cinesi, filippine…) costrette a prostituirsi per i soldati dell’Impero Giapponese prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ianhu infatti sarebbe un eufemismo per shōhu (娼婦), ossia prostituta.

Comfort Women e Comfort Stations

Secondo l’Asian Women’s Fund, un’istituzione del governo nipponico stabilita nel 1994 per compensare economicamente le comfort women coreane, filippine, taiwanesi, olandesi e indonesiane, all’interno della corrispondenza militare dell’esercito giapponese si può trovare la “scusa” per la creazione dei centri di comfort. Tali stations, infatti, sarebbero state ideate per prevenire gli stupri di guerra ed evitare quindi l’ostilità delle popolazioni locali nei confronti dell’esercito imperiale. Tali centri sarebbero serviti inoltre ad intercettare lo spionaggio nemico e ad evitare il diffondersi di malattie veneree tra i soldati.

A Shanghai, nel 1932, venne istituita la prima comfort station con prostitute giapponesi offertesi volontarie. Tuttavia, non ci volle molto prima che l’esercito decidesse di sfruttare le abitanti delle zone invase. Esse venivano irretite con offerte di lavoro come operaie o infermiere, sempre che non venissero direttamente rapite. In alcuni casi, i militari esigevano la consegna di donne dai governanti locali.

Le stations crebbero di numero (toccando una punta di circa 2000) e vennero dislocate soprattutto in Cina. Le donne, spesso anche molto giovani (fino ai 14 anni) erano sottoposte ad esami medici coatti e trasportate senza cibo né acqua su treni da deportazione. Non esistono numeri ufficiali riguardo lo sfruttamento delle comfort women: secondo gli studiosi del Sol Levante, sarebbero tra le 20 e le 50 mila; tuttavia, stime di storici cinesi e internazionali alzano l’asticella fino a 200 mila.

Al di là delle connazionali “volontarie”, i centri annoveravano comfort women da Cina, Corea, Taiwan, Filippine, Birmania, Indonesia e persino Olanda e Australia.

statue of peace seul
Statue of Peace, Seul: di fronte all’ambasciata giapponese

“Non ci importava se vivevano o morivano”

I tre quarti delle donne deportate nei centri di conforto morirono. Tra le sopravvissute, gran parte perse la fertilità a causa delle malattie e dei traumi, com’è accaduto anche alla protagonista de Le Malerbe. Le comfort women venivano costrette anche a 50 rapporti sessuali al giorno, non avevano orari per dormire, mangiavano se capitava. Venivano picchiate e stuprate anche dagli stessi dottori che si recavano a visitarle a causa delle malattie veneree contratte.

Di norma, infatti, si ‘suggeriva’ ai soldati nipponici l’uso del preservativo, ma è palese che questa regola venisse categoricamente disattesa. Chiaramente non parliamo solamente delle malattie trasmesse, ma anche delle gravidanze indesiderate. Le ragazze erano costrette ad abortire o, in caso riuscissero a portare a termine la gravidanza, vedevano sparire i propri bambini (come accade all’amica di Okseon, Mija).

Il soldato Yasuji Kaneko dichiarò:

« […] le donne piangevano ma non c’importava se le donne vivevano o morivano. Noi eravamo i soldati dell’imperatore. Sia nei bordelli militari che nei villaggi, violentavamo senza riluttanza.»

Il fenomeno delle comfort women fu particolarmente esteso soprattutto in Corea, ove il regime imperiale nipponico creò un sistema di prostituzione fitto e ben organizzato: agenti locali, polizia militare ed esercito collaboravano al rastrellamento delle donne, che finivano soprattutto nei centri cinesi.

Mary Square a San Francisco

Dopo la guerra

Gran parte dei documenti riguardanti la tratta delle comfort women venne distrutta dagli ufficiali dell’esercito Giapponese.

Solo nel 1965 il governo pagò 364 milioni di dollari alla Corea per i crimini di guerra (comprese le violenze nei confronti delle comfort women). Come anticipato, creò l’Asian Women’s Fund nel 1994. Ogni sopravvissuta ottenne le scuse ufficiali di Tomiichi Murayama, allora Primo Ministro nipponico.

Nel 2007, le comfort women sopravvissute richiesero una scusa ufficiale dal governo. Shinzō Abe affermò che non ci fossero prove che il governo avesse abusato di comfort women. Insomma, in un certo senso si cercava di rifilare la responsabilità al solo esercito. Tuttavia, nel corso del medesimo anno, vennero espresse tali scuse ufficiali.

Una sola comfort woman giapponese ha pubblicato la sua testimonianza. Il resto delle voci che si sono levate arrivano principalmente dalla Corea e da Taiwan. Nel 1971, una donna costretta a ‘lavorare’ per i soldati giapponesi a Taiwan, pubblicò le sue memorie con lo pseudonimo Suzuko Shirota.

comfort women
“Questo monumento è un ricordo di tutte le donne filippine che furono vittime di abusi durante l’occupazione giapponese (1942-1945). Ci è voluto molto tempo prima che testimoniassero e fornissero dichiarazioni sulla loro esperienza.”

Statue of Peace

Pyeonghwaui sonyeosang (Statue of Peace), chiamata anche Sonyeosang (“Statua della Ragazza”) è il simbolo e il ricordo delle migliaia di comfort women sfruttate dall’Incidente di Mukden (Incidente Mancese, 18 settembre 1931) fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Tale statua, eretta il 14 dicembre 2011, si trova davanti all’Ambasciata Giapponese a Seul. La figura, in bronzo, è stata ideata da Yeongjon Kim (design originale per cui pensò di rappresentare una ragazza e non un cippo) e da Kim Seo-kyung e Kim Eun-sung (design definitivo).

La giovane, con un taglio a caschetto e indosso un chima jeogori (una variante del costume nazionale, l’hanbok) è seduta di fronte all’ambasciata. Con sguardo malinconico, sembra osservare l’edificio che ospita i diplomatici giapponesi.

Tale statua ha costituito un incidente diplomatico tra Corea del Sud e Giappone. A diverse riprese, infatti, ne è stata richiesta la rimozione ed è stata considerata un’offesa alle relazioni amichevoli. Il governo di Seul e le comfort women hanno sempre rifiutato strenuamente. Nel 2015 il Giappone arrivò a minacciare di non versare la compensazione dovuta alla Corea finché la statua non fosse stata rimossa.

In quel frangente si trovò un accordo, ma subito dopo venne eretta una seconda statua commemorativa a Busan: a quel punto, Tokyo richiamò in patria i diplomatici impiegati in Corea del Sud. Nel 2018 è stato chiuso il fondo di supporto per comfort women sovvenzionato dal Giappone.

La statua della pace ne ha ispirate altre, in tutto il mondo. E molte altre hanno subito la stessa sorte controversa: per esempio, è stata richiesta la rimozione di una placca in bronzo commemorativa sita in un parco del New Jersey. Anche la statua di San Francisco che vedete poco sopra ha creato polemiche e tensioni tra il sindaco di Osaka e la città statunitense.

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Retro copertina de Le Malerbe

Le Malerbe

La storia di Okseon è una storia che colpisce, senza dubbio. Da sempre desiderosa di andare a scuola, è invece costretta ad aiutare in casa a crescere i fratelli molto piccoli. La guerra affama la sua famiglia e lei, con la promessa di essere mandata a studiare, viene venduta ai padroni di un ristorante.

Ovviamente, le persone che la comprano disattendono tale promessa e Okseon lavora come una schiava. Un giorno, mentre sta tornando a casa dopo aver svolto alcune commissioni, viene intercettata da uomini minacciosi e rapita. All’epoca ha solo sedici anni.

Stipata in un vagone senza cibo né acqua, viaggiando per giorni nella paura assieme a ragazzine anche molto più piccole di lei, viene trasferita a Yanji. All’epoca vi era un piccolo aeroporto e alcuni cinesi e coreani ridotti in schiavitù stavano lavorando per ampliarlo per l’esercito giapponese. Poco distante viene aperto un bordello proprio per l’unità militare nipponica lì di stanza.

A Okseon viene affibbiato un nuovo nome giapponese: Tomiko. Dentro di sé lo rifiuterà per sempre. Rifiuterà sempre di dimenticare le proprie origini, anche a costo di subire profonde violenze.

Okseon vive nel bordello per tre anni. In seguito, contrae la sifilide e perde la fertilità in seguito alla malattia. Assiste alla morte di molte delle sue compagne e al dramma dell’amica Mija. Alla fine della guerra, nessuno si premura di liberare le ragazze, che scoprono quasi per caso di potersene andare liberamente.

Pur sentendosi tutte sorelle e soffrendo all’idea di dividersi, le compagne sono costrette ad andare ognuna per la propria strada. Solo in questo modo è più facile per loro sopravvivere mendicando.

Vi risparmio il resto delle vicende in caso abbiate il desiderio di leggere questo fumetto molto toccante. L’ultimo capitolo de Le Malerbe vede l’autrice che ha raccolto la testimonianza di Okseon che parte alla ricerca dei luoghi del dolore della donna in Cina.

Fonti

Kitsune
七転び八起き。
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