Sette giorni al Reno.

In questi giorni si celebra la caduta del muro di Berlino, e si condannano i vari regimi che nell’Est d’Europa formarono il famigerato patto di Varsavia.

A molti questo epilogo della Guerra Fredda oggi sembra scontato, specie a 30 anni di distanza.

Vista la mole di documenti dei vari regimi in questione, che dimostrano le infamie e i soprusi che questi regimi erano disposti a compiere pur di mantenere il controllo delle popolazioni, ci si chiede come abbia fatto a resistere un sistema del genere per tutto questo tempo.

Le mostruose inefficienze burocratiche (al cui confronto quelle della nostra burocrazia sembrano insignificanti) e la corruzione dei funzionari del Partito Comunista al potere in ognuno di questi paesi ci sembrano ad oggi pietre tombali sull’efficienza del blocco orientale.

Tuttavia, appena un decennio prima della caduta del Muro, quando l’economia sovietica era già stagnante e cominciava a sfasciarsi definitivamente, il Patto di Varsavia immaginò un finale ben diverso per la Guerra Fredda.

Il piano diverrà noto alla storia come “Sette Giorni al Reno”.

Gli obiettivi

Umilmente, il piano si proponeva di essere la più veloce avanzata di un’esercito che la storia ricordi, dal confine Germania Est-Germania Ovest al Reno in una settimana, ovvero circa 400 chilometri, al contempo evitando una risposta nucleare globale da parte della NATO.

Un’aspettativa del genere è così irreale che, benché ci furono molte voci in disaccordo negli alti comandi sovietici, è lecito chiedersi come sia possibile che un piano del genere sia anche solo stato concepito.

Ma andiamo con ordine.

Probabili direttrici d’attacco sovietiche. In giallo, il gap di Fulda.

Il piano presumeva uno scenario in cui la NATO avrebbe colpito per prima con armi nucleari, lungo la Vistola, bloccando ogni rinforzo sovietico verso la Germania Est per poi cercare di invadere i paesi del Patto di Varsavia.

La risposta sovietica sarebbe stata immediata, attaccando con armi nucleari tattiche  obiettivi in Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda, Danimarca e Austria (anche se all’epoca era neutrale), per poi far avanzare le infinite colonne corazzate sovietiche attraverso i territori resi radioattivi dal fallout, fregandosene delle perdite, al solo scopo di ottenere delle condizione di pace favorevoli una volta raggiunto il Reno.

In particolare, i pianificatori sovietici avevano scelto Verona, Vicenza e Padova come bersagli in Italia, Stuttgart, Monaco e Norimberga in Germania Ovest, Roskilde e Esbjerg in Danimarca.

Giusto per dare un’idea della potenza di una bomba da 500 kilotoni, che è la potenza che i sovietici immaginavano di usare come minimo sui loro bersagli, questo è il test Ivy King, realizzato con una bomba di identica potenza.

Una volta entrati in territorio NATO in Germania Ovest, i sovietici intendevano inoltre rendere sicuro il loro confine meridionale con le neutrali Austria e Yugoslavia colpendo Vienna con non una ma due testate nucleari da 500 kilotoni, annientando la leadership austriaca per permettere all’esercito ungherese di travolgere il piccolo esercito austriaco, o ciò che rimaneva di esso.

Una parte aggiuntiva del piano prevedeva di avanzare su posizioni finali nei Pirenei, travolgendo la Francia, tuttavia la componente cecoslovacca del Patto di Varsavia ritenne l’opzione troppo ambiziosa, e il piano rimase concentrato in Germania Ovest.

La geografia

Il motivo di tanto ottimismo nei comandi sovietici risiedeva in parte nella geografia della Germania del nord, le cui pianure sono perfette per le enormi formazione corazzate del Patto di Varsavia.

Tuttavia, seguire solo la rotta nord d’invasione avrebbe permesso alla più grande base aerea americana in Germania, a Francoforte, di far affluire rinforzi e rifornimenti alle forze NATO.

I sovietici, per ovviare a questo problema, intendevano sfruttare un’altra peculiarità della geografia locale, il gap di Fulda.

Francoforte infatti è protetta dal terreno sia a nord che a sud ed è in una valle, ma ad est il gap di Fulda avrebbe fornito una conveniente rotta per assalire Francoforte direttamente dal confine della Germania Est.

Nelle zone più difficili dal punta di vista geografico, come la Baviera o le zone alpine, i sovietici non intendevano far altro che bombardare, con armi nucleari e non, ogni obiettivo sensibile.

Per impedire ulteriormente il flusso di rifornimenti e rinforzi americani dall’Atlantico, o sovietici si ispirarono ai loro nemici tedeschi, con un piano di guerra sottomarina che idealmente gli avrebbe permesso di isolare le due sponde dell’oceano, intrappolando la NATO in Europa.

I problemi

Il piano, come avrete capito, non era granché praticabile.

I suoi presupposti politici sono parecchio precari.

Anzitutto i sovietici presumevano che una guerra nucleare potesse essere combattuta e vinta, usando solo armi nucleari tattiche, ed evitando un contrattacco nucleare strategico ai loro danni semplicemente risparmiando gli stati in possesso di un loro arsenale nucleare indipendente.

Tuttavia, la NATO ha una cosa chiamata Condivisione Nucleare, in cui vari stati dell’Alleanza ospitano nel loro territorio armi nucleari USA, da usare in caso di guerra (come ad Aviano e Ghedi Torre in Italia), ed è praticamente certo che se i piani sovietici fossero stati eseguiti, la ritorsione nucleare sarebbe stata immediata, e c’era il serio rischio che la situazione sfuggisse di mano a tutti, finendo in un’escalation nucleare.

Bomba nucleare B-61, del tipo ospitato in tutte le basi NATO in condivisione nucleare, come ad Aviano in Italia.

Anche supponendo che non vi sarebbe stato un contrattacco nucleare, le previsioni di avanzata sovietiche sono ridicolmente ottimiste.

400 chilometri in una settimana, contro degli eserciti preparati, che si barricano da 30 anni e che possono contare su tecnologie superiori sono una distanza non percorribile, specie se si mettono in conto i problemi logistici che derivano dal dover attraversare territori inquinati dal fallout radioattivo recentissimo.

Epilogo

Il piano, fortunatamente, rimase a languire in qualche armadio del Politburo e non venne mai messo in pratica.

Venne reso pubblico assieme ad altri piani nel 2005 dalla Polonia, causando ulteriori tensioni nei già precari rapporti con la Russia di Putin.

In eredità, questo piano ci lascia uno spaccato della mentalità sovietica, della paranoia dei suoi leader e della pericolosità di regimi del genere.

Oh, e anche questi.

Blackworth
Nerd inguaribile, appassionato di storia, militare e non, armi e politica.

Ma ho anche dei pregi.
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