Wunderwaffen, le armi della disperazione.

Come dice il proverbio?

“Il bisogno aguzza l’ingegno”

Mai fu più vero che negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, in Germania.

Gli ingegneri militari tedeschi infatti, sempre più disperati, cercarono con ogni mezzo di creare delle armi miracolose, le cosiddette Wunderwaffen, in grado di cambiare il corso di una guerra oramai persa.

Oggi, vedremo insieme due di queste armi, dal punto di vista della loro plausibilità in combattimento, e della loro efficacia in generale.

V3

Detta anche V3 Hochdruckpumpe (pompa ad alta pressione), fu l’estrema evoluzione del concetto di un banalissimo cannone, ma moltiplicato 100 volte.

Uno dei colpi che la V3 avrebbe impiegato, calibro 150mm.

In essenza, si tratta di un pezzo di artiglieria immane, ma statica, un pò sulla falsariga della Grande Bertha, che già era di per se poco mobile.

L’idea, era di creare un’arma in grado di colpire Londra dal territorio francese, in modo relativamente economico e impossibile da intercettare.

Tuttavia si pose un grosso problema in sede di progettazione, ovvero l’impossibilità di creare un cannone che fosse in grado di lanciare un proiettile tanto lontano senza che, nello sparare, esplodesse sia la carica che il cannone stesso.

I progettisti tedeschi decisero di risolvere il problema con un concetto relativamente noto all’epoca, ma mai impiegato prima, ovvero il cannone a carica multipla, risalente addirittura al 1857.

Questo concetto consisteva nel creare un’arma che non usasse una sola grande carica per spingere i colpi alla velocità voluta, ma molte cariche più piccole, angolate a 45 gradi rispetto alla canna e poste lateralmente, da accendere progressivamente un istante dopo che il colpo le ha superate, per incrementarne la velocità finale.

Disposizione delle camere di scoppio nella V3.

E così, con queste basi teoriche il progetto prese forma nel 1944, a Mimoyecques, nella regione di Calais, in Francia.

L’installazione doveva essere immane, per ospitare i 50 cannoni previsti (le cui canne erano lunghe 130 metri) raggruppati in gruppi da 5, tuttavia non venne mai completata.

Problemi tecnici gravi, problemi di personale e l’opposizione di alcuni alti papaveri del partito nazista ritardarono di molto il progetto, tanto che non si riuscì mai a risolvere problemi fondamentali, come la apparente impossibilità di accendere le cariche laterali in maniera corretta, cosa che spesso fece esplodere le canne del V3, causando ulteriori ritardi.

Il destino finale del supercannone che doveva mettere Londra in ginocchio fu decretato da un’arma ben più banale, una semplicissima bomba da aereo, modello Tallboy, la quale riuscì a sfondare il tetto dell’installazione in 3 occasioni, rotolare sino alla base della stessa, ed esplodere a circa 30 metri sottoterra, demolendo la base del cannone rendendolo inservibile.

La bomba Tallboy, da 5 tonnellate.

Panzer VIII Maus

Un brillante esempio della mentalità nazista, e hitleriana in particolare, durante la guerra.

Si tratta del principio bambinesco secondo cui se l’arma X non è in grado di sconfiggere l’arma Y, allora l’arma X va triplicata come dimensioni.

Non importa se l’arma X triplicata diventa un incubo per manutenzione, costi ed è mobile quanto un’incudine, al Fuhrer piacciono i giocattoli grandi.

Esempio, il Panzer VIII “Maus” (“Topo”, spiritosi gli ingegneri dell’epoca.), un mostro da 188 tonnellate, centoottantotto.

Per fare un paragone, un carro moderno pesa meno di 70.

Panzer VIII “Maus”

 

Questo abominio, era armato con un cannone secondario da 75 millimetri, e uno primario da 128 millimetri.

Un’altro paragone, uno Sherman americano coevo aveva un cannone da 76 millimetri, e un T-34 sovietico era armato con un cannone da 76,2 o 85 millimetri, a seconda della versione.

La corazza inoltre era immane, 240 millimetri frontalmente, 93 millimetri in torretta, 200 millimetri sui fianchi, 60 millimetri sul retro e sul fondo.

Virtualmente era impenetrabile a qualunque altro cannone controcarro coevo, ma i suoi pregi finiscono qui.

A parte il peso immenso, che lo rendeva lentissimo (neanche 20 chilometri orari, su strada) il Maus era di fatto impossibile da riparare, visto che la corazzatura era talmente pesante e protettiva che, un qualunque tentativo di riparazione, sarebbe costato di più che produrre altri carri più piccoli nuovi di pacca.

Alla fine della guerra, del Maus furono prodotti 2 soli esemplari che non spararono neanche un colpo, e che furono poi catturati dagli Alleati.

E mi sarei stupito del contrario, per un trabiccolo che pesava così tanto da non poter attraversare la maggioranza dei ponti dell’epoca.

Blackworth
Nerd inguaribile, appassionato di storia, militare e non, armi e politica.

Ma ho anche dei pregi.

Pubblicato da Blackworth

Nerd inguaribile, appassionato di storia, militare e non, armi e politica. Ma ho anche dei pregi.