Friuli 8 – Teodorico e gli Ostrogoti

Aquileia assistette inerme all’arrivo di Odoacre, e tredici anni dopo, quella degli Ostrogoti al comando di Teodorico (489), che lo sconfisse in prossimità del Pons Sontii, il ponte in pietra sull’Isonzo. Ignorò Aquileia, ormai militarmente insignificante, e seguì il suo esercito a Verona, mentre Odoacre si rifugiò a Ravenna. Qui, tramite l’intercessione del vescovo, vennero a patti, dividendosi in due l’Italia, ma durante il banchetto che doveva festeggiare il compromesso, sembra che Teodorico abbia ucciso Odoacre e fatto sterminare i suoi soldati.

Come Odoacre, anche Teodorico poteva vantare il titolo di patrizio, rispondeva all’imperatore d’Oriente come viceré d’Italia e non poteva emanare leggi. Teodorico agì comunque con una certa autonomia, contando sul suo esercito. Il Senato continuò a funzionare normalmente, e le leggi dell’impero erano riconosciute dalla popolazione romana, mentre i Goti venivano governati usando le proprie leggi. Ma la classe dirigente gotica cominciò subito a entrare in conflitto con quella romana. D’altronde l’esercito rimase fedele ai Goti, i quali si stabilirono soprattutto nell’Italia settentrionale. I Goti erano ariani, mentre le popolazioni locali calcedoniane (figlie dell’ortodossia del concilio di Calcedonia). Nonostante ciò, Teodorico dimostrò tolleranza dal punto di vista religioso, anche nei confronti degli Ebrei, dove in una lettera a loro rivolta scrisse: “…non possiamo imporre una religione, perché nessuno può essere obbligato a credere contro la propria volontà”.

 

Riproduzione del Pons Sontii, sull’Isonzo.

 

I Goti, dopo il lungo contatto con Roma, furono signori di una certa lungimiranza e tolleranza. La necessità di organizzare la vita civile e rendere più sicure le campagne ebbe la sua parte, soprattutto allo scopo di incrementarne la produzione. La proprietà dei signori superstiti fu così assogettata alla contribuzione di un terzo dei prodotti per il mantenimento dell’esercito.

Ma il Friuli si trovò incorporato come provincia periferica e depressa. Le cronache di quegli anni danno notizie di carestie, inasprimenti fiscali, dissidi fra latini e barbari, tutti aspetti del fallimento della politica del re goto, che voleva la restaurazione del potere imperiale e la coesistenza pacifica fra Goti e Romani. Ma con le irruzioni degli Eruli, dei Franchi a nord e quelle continue degli Slavi, gran parte degli aquileiesi si rifugiarono a Grado. I barbari non erano abituati all’acqua, le conquiste avvenivano a cavallo, per cui nel porto militare romano, si sentirono relativamente al sicuro, abbandonando ogni attività in terraferma.

 

Resti della basilica della Corte (IV secolo) – Grado

 

Una delle caratteristiche del suolo è il suo continuo movimento, in quanto si alza e si abbassa. I fiumi cambiano corso e le montagne tendono ad arrotondarsi. Segni impercettibili nella vita di una persona, rispetto a ere geologiche o climatiche. L’Uomo, con il suo lavoro, ha sempre contrastato la natura per i suoi benefici e quando furono abbandonati i lavori di idraulica nella bassa friulana, il sistema di bonifica, di canalizzazione e di scolo, perse il suo organismo tecnico-burocratico, che lo teneva efficente con lavori di ripulitura e consolidamento. I vari materiali depositati dall’Isonzo e dal Tagliamento, interruppero tutto il sistema di collegamento lagunare. Ciò determinò, da quelle che erano acque correnti, un sistema di acque stagnanti e morte. Le zanzare si levarono a nugoli in quell’ambiente putrefatto, diffondendo la malaria che colpì i fuggiaschi di Aquileia e i pescatori.

Così iniziò la fuga dalla zona di Grado verso Altino, Malamocco, e l’isola di Rialto, dove gli aquileiesi si fusero con altri profughi provenienti dalla terraferma veneta, come Padova e Treviso, dando inizio alla costruzione di una nuova città, che mille anni dopo, diventata potente, si sarebbe affacciata sulla pianura friulana conquistandola: Venezia.

Poiché le cave del Carso erano state abbandonate, non è difficile immaginare da dove i fuggitivi di Grado, nei decenni e nei secoli seguenti, avessero preso i materiali per la costruzione della nuova città. Una metropoli che era stata abitata da centomila persone, e che aveva nei dintorni una gran quantità di ville rustiche, chiese, monasteri, finì per diventare la cava naturale della costruzione di un’altra città, in altro luogo. D’altronde erano i legittimi eredi di quelle strade, di quei palazzi, di quelle pietre. Aquileia, specchio di una vita che rifletteva l’universalismo e l’internazionalità dell’impero, era finita per sempre.

 

Tabula Peuntingeriana del Friuli

 

Nella rovina risuonano le parole di San Girolamo al vescovo di Altino: “…dovunque lutto, dovunque gemito e immagine terribile di morte. L’orbe romano crolla, eppure la nostra testa superba non piega”. Ed è qui che l’aspetto agrario cambiò, nel quale i barbari furono solo la punta dell’iceberg, la più emotiva e a cui confluirono cause naturali, materiali, economiche. Soprattutto quest’ultime, unite ai profondi conflitti sociali interni, allo sviluppo e la decadenza sociale, spiegano con più chiarezza il crollo di una forza militare di primordine e di un apparato burocratico che poteva trovare un equivalente solo nella struttura dell’impero cinese. Con il crollo dell’impero, scomparve tutto un modo di vivere, di intendere la vita e un sistema di vita materiale.

Mentre attorno ai centri abitati si continuò (pazientemente) il vecchio sistema agricolo, con orti, campi chiusi, culture arboree e la vite, negli spazi lontani, nella campagna, le piantagioni furono sostituite da campi aperti, erba per il bestiame, con un minimo di economia di sussistenza, dettato dalla necessità, dallo spaventoso crollo demografico e dalla fine del sistema dello schiavismo classico. La storia d’Italia è una storia molto complessa, che non è mai stata un unico, come insegnato a scuola. La fine dell’egemonia di Roma fece emergere caratteri originali che differenziarono lo sviluppo delle Regioni italiane. I dialetti e le parlate contribuirono in questo e il Friuli ha avuto il suo posto particolare, con la sua gente, le sue vicende, la sua lingua e il suo modo di vivere. Descrivendo Aquileia, nella sua complessità, si è cercato di dare un’idea delle campagne e della regione che la circondava e la fine di Aquileia significò la fine del territorio. Anche se il commercio non si arrestò, venne molto frenato, mancando i rapporti con la Pannonia, il Norico e le regioni danubiane. Alcune città decaddero, altre ebbero nuove funzioni.

 

Il fiume Isonzo

 

Teodorico nel suo editto, divise gli uomini in tre ceti: liberi, originari e servi. I coloni ebbero lo stesso diritto dei liberi ad accedere alle strutture giudiziarie. Non cambiò il sistema catastale. Anche la produzione, se pur modesta, doveva essere rimasta, se fu richiesto di inviare dal Friuli vinum et triticum – vino e frumento. Anche il ruolo di Cividale cambiò, e fu elevata a un importante luogo fortificato.

Giordane, storico latino di origine bizantine, scrisse: “…non vi fu razza tra i regni occidentali con cui Teodorico non abbia stretto amicizia o sottomesso durante la sua vita”. Ma i suoi rapporti con chi gli garantiva la nomina di reggente, l’Impero Romano d’Oriente, furono sempre tesi, sia in senso politico sia per ragioni religiose. Con la salita al potere di Giustino I nel 518, aumentarono le tensioni tra i Goti e il Senato, i cui membri, come calcedoniani, divennero fedeli all’imperatore. La morte di Teodorico iniziò una serie di tensioni dinastiche, delle quali approfittò Il grande imperatore bizantino Giustiniano (527-535) il quale, dopo sconfitto i Vandali in Africa, ricongiungendo quella provincia all’Impero, si dedicò all’Italia.

 

 

Ebbero così inizio sotto il generale Belisario prima, e Narsete poi, le guerre gotiche (535-553) che segnarono la fine della dominazione Ostrogota in Italia. L’area aquileiese fu raggiunta per ultima da Narsete, il quale rinforzò la linea difensiva dei castra, quali Iulium Carnicum per la valle del fiume But, immissario del Tagliamento), Forum Iulii per quella del Natisone e il castrum Silicanum (Salcano, frazione di Nova Gorica) per quella dell’Isonzo. Stanziamenti militari che vennero chiamati statie. Vennero anche ripristinate le strade imperiali e riattivati i traffici ultramontani, secondo il poeta Venanzio Fortunato.

il passaggio Ostrogoto, un popolo intero che emigrava, composto non solo da uomini validi, ma anche da donne, vecchi e bambini, valutabile in circa 300.000 persone, non alterò il quadro etnico locale, ma lasciò numerosi prestiti nel lessico friulano. Grampe (da Krampa), sbregâ (da brikan) rocje (da rukka) uagnâ (da Wainjan) e la toponomastica con Godia (frazione di Udine), Godo presso Gemona, Godia presso Corno di Rosazzo. L’insediamento ostrogoto ha rivelato in Friuli anche tombe con tipico corredo gotico del VI secolo, riconoscibili per le decorazioni a viticcio e completamente estranee al repertorio longobardo successivo. L’arte orafa, che successivamente verrà completamente assorbita da quella longobarda. Anche Bisanzio lasciò alcuni toponimi, pur nella sua brevità, ma non ebbe alcuna incidenza sul piano etnico. Baseglia, Basigliutta, Basagliapenta, derivanti dall’etmo basilica (imperiale) potrebbero essere considerati eredità bizantina.

 

La storia di Giona, mosaico, Basilica di Aquileia

 

La normalizzazione in Friuli fu lunga, dato che da memorie si ebbero focolai di resistenza gotica, i quali, affiancati dai Franchi, dominarono su tutta la zona alpina, dando non poca noia, ancora nel 563, ai Bizantini. La chiesa aquileise nella metà del V secolo tradì sintomi di decadenza, anche se i suoi vescovi collaborarono con papa Leone Magno per l’ortodossia. Già dal 451, in seguito al Concilio di Calcedonia, fu accolta in Aquileia la fede che proclamava “un unico Cristo in due nature”, contro i pelagiani e i nestoriani. Ma quando, alla fine delle guerre gotiche, Giustiniano volle imporre in Italia il monofisismo, eresia condannata nel Concilio di Calcedonia, trovò l’opposizione di Macedonio (539-557) vescovo aquileiese. Nel 553 l’imperatore impose al Concilio di Costantinopoli la condanna contro tre esponenti della scuola antiochena, chiamati i tre capitoli, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa, che pur riabilitati a Calcedonia, furono accusati di nestorialismo.

Il provvedimento suscitò l’indignazione di tutte le chiese dell’Occidente e contro papa Vigilio (che venne anche scomunicato) perché aveva ceduto alle violenze di Giustiniano. Alla morte di Vigilio (555) il successore Pelagio I non cambiò linea. Macedonio, appoggiato dal vescovo di Milano, assieme a tutti i vescovi delle rispettive diocesi, si sottrasse all’obbedienza papale. Anche il successore di Macedonio, Paolino I (558-569) mantenne compatto lo scisma, indicendo nel 558 un concilio e opponendosi al papa. Lo scisma dei “tre capitoli”, che durò 140 anni (559-699) originato da uno scrupolo di ortodossia, si complicò, venne strumentalizzato politicamente e da ambizioni locali. Da quel momento, per opporsi al potere ecclesiastico centrale, il vescovo aquileieise si fregiò del titolo di “patriarca”. Fu in tale situazione che la chiesa aquileiese venne sorpresa dall’invasione longobarda.

 

Fonti:

Gian Carlo Menis: Storia del Friuli
Gianfranco Ellero: Storia dei friulani
Tito Maniacco: Storia del Friuli
Tito Maniacco: I senzastoria
Elio Bartolini: I Barbari.

 

Capri